IL POLO? UN’ARMATA BRANCALEONE. STUDINO GRAMSCI

15 Aprile 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – E ora che abbiamo perso, ci vuole Gramsci». «Il Domenicale» di Marcello Dell’Utri, all’insegna del filofoso di sinistra per eccellenza, apre domani, dalle sue colonne, la prima feroce autocritica da destra sulla (ammessa) sconfitta della destra. E non risparmia né provocazioni né nomi, da Mediaset alla Rai, al «Giornale», ad Anna La Rosa, al ministro Buttiglione e all’ex ministro Urbani. «La rivoluzione liberale non c’è stata, colpa di una classe politica miope», scrive a penna dritta il giovane direttore Angelo Crespi.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link INSIDER

E per questo ora «dire che ci vuole Gramsci, cioè che è necessario un progetto gramsciano anche nel centrodestra, cioè che solo attraverso la cultura può realizzarsi una vera rivoluzione, non è azzardato». La principale colpa di questa classe dirigente è stata la mancata scelta, della sua classe dirigente: «Il Centrodestra non ha puntato sui giovani; ha omaggiato i soliti noti, lesti nel voltare gabbana; si è spesso affidato ai peggiori adulatori; ha lasciato vivacchiare le poche buone iniziative, nate controcorrente rispetto al generale disinteresse».

L’informazione

Cosa avrebbe dovuto fare invece? Il «Domenicale» non si tira indietro. Sull’informazione picchia duro con gusto, sotto il titolo: «Un errore non aver copiato “Repubblica”», di cui – scrive – «sarebbe bastato analizzare il successo e la sua capacità di incarnare l’opinione del proprio lettore, per ripetere paro paro a destra». Perché non è stato fatto questo grande quotidiano di destra? «Perché sull’informazione si sono scontrate in questi anni tesi massimaliste», da cui il quotidiano si smarca con abilità, dicendo «il conflitto di interesse esiste», e suggerisce che andava risolto «anche per ottenere benefici di parte».

Lo spazio per questo giornale popolare c’era: «A fronte di una borghesia che non applaude certo al posizionamento del “Corriere della Sera”, a fronte di una borghesia che vede ingrigita la “Stampa” di Torino, ma che non trova l’autorevolezza del primo, la tradizione della seconda, in altri quotidiani esistenti nel Centrodestra».

«Libero» e il «Foglio» vengono saltati, ma il «Giornale» di Maurizio Belpietro, invece, cade sotto i colpi della scure, «certamente sfavorito dalla obbligata linea filogovernativa». Bisognava invece – scrive Angelo Crespi – «puntare innanzitutto sull’autorevolezza» e «trovare una linea editoriale inclusiva».

Le televisioni
Sulla Tv parole altrettanto chiare, che formalmente mettono insieme Rai e Mediaset ma in realtà colpiscono soprattutto la commercializzazione di entrambe: «Non stiamo parlando, non soltanto, di tette&culi. Parliamo dell’inversione tra show e reality, dell’esaltazione della competizione ipocrita (Grande Fratello, Amici, Distraction), del salottismo vacuamente interrogativo (Il senso della vita, Il bivio), del dibattito relativizzato (Costanzo Show, e, sì, molto Porta a Porta), del grondamento emozional-privato (Stranamore, C’è posta per te, Amore) del prendi i soldi & scappa (Affari tuoi, Chi vuol esser milionario) eccetera. E i diritti del calcio contano assai più che quelli dei disagiati. Laddove si comprende che i veri opinion leader del piccolo schermo oggi non sono gli Opinionisti bensì i Circensi. Una riprova? Di là si allevano i Floris, di qua si tratta da padella Socci cadendo nelle braci La Rosa e Masotti, che fanno rimpiangere il barbuto e intelligente, ancorché non molto telegenico, predecessore».

Con questi toni, diciamo senza peli sulla lingua, il quotidiano procede alla disamina degli errori sulla questione Cinema, Ambiente («Smettiamola di scimmiottare i Verdi»), Fondazione, dove cadono due ministri (né con Urbani né con Buttiglione s’è riusciti a definire una volta per tutte il criterio che sarebbe bastato per creare una feconda rottura col passato: puntare su una figura estranea al «solito giro» del mondo dell’arte).
E, infine, sulle case editrici, dove si è permesso «che i trinariciuti lanciassero i loro sberleffi dalle cattedre di Einaudi e Mondadori. Così accade… (con) i torvi maoisti Wu Ming o Giuseppe Genna o Valerio Evangelisti o Aldo Nove».

La critica

Ma alla fine la più efficace (auto) critica viene affidata a una sola, lapidaria, frase: «Il Centrodestra pare più un’Armata Brancaleone. Se una cosa il Centrodestra non ha saputo costruire è insomma se stesso». Tanto per restare nelle citazioni di sinistra scelte, verrebbe da dire: ben scavato vecchia talpa!

Copyright © La Stampa per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved