IL PIU’ GRANDE BOOM DEGLI ULTIMI
100 ANNI

2 Maggio 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Un boom strutturale dell’economia internazionale e una graduale affermazione del renminbi, la valuta cinese. È questo il quadro positivo che delinea Kenneth J. Arrow, l’uomo che nel 1972 è diventato il più giovane premio Nobel per l’economia di tutti i tempi.

Professor Arrow, se non le spiace vorrei partire proprio dal dollaro. Alcuni esperti argomentano che il destino del biglietto verde è segnato, a causa del forte passivo delle partite correnti. Altri ribattono che l’indebolimento della divisa statunitense è invece eccessivo e che presto potremmo assistere a una riscossa. Può descriverci il suo punto di vista?
La mia sensazione è che le correnti d’investimento stiano avendo un peso ben maggiore rispetto ai saldi commerciali nel determinare la direzione dei cambi valutari. È lì che occorre guardare.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link INSIDER

In che senso?
Voglio dire che la diversa propensione al risparmio degli americani rispetto agli asiatici e agli europei mette in moto enormi flussi di capitali a caccia delle migliori opportunità. Prenda la Cina, come esempio paradigmatico. Qui il livello di risparmio rappresenta un ammontare di denaro ingente e in continua crescita per il quale occorre trovare uno sbocco. In mancanza di alternative, il possesso di attività finanziarie in dollari esercita una sua attrattiva. Questa del resto è la tesi che viene comunemente richiamata per spiegare l’insieme delle relazioni che avviluppano i destini di Washington e Pechino: gli Stati Uniti sostengono lo sviluppo cinese acquistandone le merci e i cinesi finanziano il debito a stelle e strisce sottoscrivendo obbligazioni e rendendo il denaro disponibile.

Ma fino a quando durerà?
Francamente non saprei dire. Ma ritengo che il dollaro sia destinato gradualmente a perdere lo status di valuta egemone, riflettendo con ciò la minore incidenza dell’America nel complesso dell’economia internazionale. Uno slittamento lento e progressivo dei rapporti di forza in direzione di Pechino e delle altre potenze emergenti mi pare inevitabile. Così come mi pare pare inevitabile una progressiva ascesa dello yuan.

E per quanto riguarda l’euro?
La forza dell’euro è per me in una certa misura inspiegabile. Una prima risposta mette in relazione l’apprezzamento della divisa comunitaria con la sua maggiore presenza nelle riserve delle banche centrali. Detto questo, non sono in grado di formulare delle ipotesi attendibili sul futuro dell’euro. Considero assai più convincente la tesi rialzista sullo yuan.

Mi permetta un’ultima domanda sul tasso di cambio: la vistosa discesa del biglietto verde avrebbe dovuto avere un effetto positivo sul disavanzo commerciale Usa, ma la reazione finora è stata invece molto attenuata. Lei come se lo spiega?
Per le ragioni che menzionavo prima. La forza trainante sono i capitali d’investimento e non il saldo dell’interscambio. Cambiamo argomento. C’è stato un ampio dibattito sullo stato di salute della congiuntura mondiale. Sembra quasi divisa in due segmenti: gli Stati Uniti un po’ in affanno, e il resto del mondo al galoppo. È una sintesi accettabile?
In linea di massima sì, c’è però un aspetto d’insieme che a mio giudizio è ben più importante.

Vale a dire?
Io sono nato nell’agosto del 1921 e penso di aver vissuto quasi ogni tipo di condizione economica. Ebbene, non le nascondo che siamo di fronte al maggior boom globale degli ultimi cento anni. Forse vi è stato qualcosa di simile nell’immediato dopoguerra, in coincidenza con la ricostruzione dell’Europa e del Giappone. Allora il boom coinvolse diverse centinaia di milioni di persone. Ma oggi l’allargamento della ricchezza è sensazionale e coinvolge quasi ogni angolo del pianeta. I grandi economisti del passato come Adam Smith o David Ricardo avrebbero trovato al giorno d’oggi quasi il loro pianeta ideale.

Ci sta dicendo che sono state poste le basi perché l’America, l’Europa e l’Asia si rafforzino reciprocamente, determinando una crescita senza inflazione?
Naturalmente ci potrebbero essere delle correzioni, dei vuoti d’aria. Esiste il rischio di una recessione negli Stati Uniti in risposta alla caduta dei valori immobiliari. Eppure la tendenza di fondo è estremamente favorevole. Pensi all’intero Sud America. Ricordo quando il carovita veleggiava al tasso del mille percento l’anno. Oggi la spinta sui prezzi è minima. Si dirà che il merito va ascritto alla politica monetaria, all’accorta gestione del credito. Può darsi. Però sarebbe fuorviante non riconoscere il ruolo giocato dalla competizione internazionale, dalle delocalizzazioni, dall’immigrazione, dall’alta tecnologia informatica che consente alle aziende di vendere dappertutto e di produrre ovunque grazie a una gestione dei flussi d’informazione impareggiabile. Insomma, un cambiamento epocale.

Lei, professore, accennava all’eventualità di una recessione negli Stati Uniti, figlia della crisi nell’edilizia. Quanto è probabile?
Non le nascondo che due o tre decenni addietro la recessione sarebbe stata quasi inevitabile. Oggi invece le spinte negative sono ben compensate da una serie di fattori positivi. Mi vengono in mente per esempio le esportazioni verso quelle aree geografiche che stanno marciando a pieno regime come l’Europa o l’Asia, oppure il boom che vediamo dei profitti societari. L’esito è incerto, ma sono incline a prevedere uno scenario di atterraggio morbido.

Copyright © Bloomberg – Borsa&Finanza per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved
Vuoi vincere 5000 euro? Dai la tua opinione su WSI