IL PIL NON DA’
LA FELICITA’

2 Giugno 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Da qualche decennio il regno himalayano del Bhutan ha sostituito il Pil, il prodotto interno lordo, con la Gnh (Gross national happiness ): un indice col quale si cerca di misurare non la ricchezza prodotta, ma la felicità dei cittadini, il loro livello di soddisfazione. Folclore di un Paese ancora medioevale, si è detto per molto tempo.

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Ora, però, quell’esperimento è stato rivalutato da politici come Tony Blair e il leader conservatore britannico David Cameron secondo i quali – visto che la gente è sempre più insoddisfatta, nonostante l’aumento del reddito disponibile – l’attenzione dei governi dovrebbe focalizzarsi più sulla produzione di benessere nelle sue varie forme che sul mero aumento del Pil. Una proposta analoga è stata avanzata in Australia da un ex premier, mentre negli Stati Uniti le discussioni sul livello di felicità conseguito dai cittadini sono abbastanza comuni. Un anno fa il settimanale Time dedicò all’argomento quasi un intero numero (49 pagine). Scelta un po’ bizzarra per un europeo, abituato a considerare la felicità uno stato emotivo personale che non può essere letto come l’attributo di una comunità o di un Paese, né essere misurato con la ricchezza.

Gli americani capiscono i nostri dubbi, ma scelgono un altro approccio, anche perché per loro questo è un bene di rilievo quasi «costituzionale»: il diritto al «perseguimento della felicità» è infatti sancito addirittura dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, l’atto di nascita degli Stati Uniti. Ma anche in Europa una ricerca che fino a qualche tempo fa sembrava piuttosto astratta e dettata da ragioni ideologiche, sta ora mettendo radici scientifiche grazie al lavoro di economisti e studiosi della psicologia cognitiva come Daniel Kahneman (Nobel 2002, proprio per l’Economia).

Un nuovo metodo per misurare il benessere (che considera, oltre al reddito, altri parametri come la fiducia, l’ambiente, la qualità della vita) è stato proposto dal docente della London School of Economics Richard Layard in Felicità: la nuova scienza del benessere comune (Rizzoli). Layard illustrerà le sue tesi domani sera a Trento, nel suo intervento al Festival dell’Economia dedicato al tema «Ricchezza e povertà». «Il denaro non compra la felicità», ci sentiamo ripetere fin da bambini, ma i modelli che applichiamo contrastano con questo assunto.

Visto che i sondaggi condotti in Europa indicano che la soddisfazione dei cittadini cala nonostante l’aumento del reddito, è legittimo tentare di battere vie nuove. Legittimo ma non semplice: come si definisce, ad esempio, un metro comune quando la sensibilità per fattori come la mobilità del lavoro, l’accettazione del rischio, cambiano da area ad area? E negli Usa l’ultimo sondaggio del Pew Research Center sembra andare in controtendenza: solo il 24% dei cittadini che guadagnano meno di 30 mila dollari l’anno si dichiara soddisfatto, mentre tra quelli con un reddito superiore ai 100 mila dollari quasi la metà (49%) si dice «molto felice».

Queste ricerche possono poi essere usate dalla politica con secondi fini: spingersi, come dice Layard, «là dove nemmeno gli angeli osano avventurarsi», può servire a spostare l’attenzione da un welfare sempre meno sostenibile. Ma la ricerca della felicità rischia anche di essere usata come alibi per giustificare la mancata crescita economica che, invece, rimane l’obiettivo prioritario, se vogliamo difendere i nostri livelli di benessere. «Il Pil misura tutto, tranne ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta», disse due anni fa l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Parole efficaci ma che non convinsero: a molti parvero soprattutto una presa d’atto della mancata reazione del Paese all’offensiva (ahimé, solo mediatica) del Cavaliere pro-crescita.

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