IL PARADOSSO FISCALE

2 Ottobre 2009, di Redazione Wall Street Italia
Ranieri Razzante, oltre ad essere docente di Legislazione Antiriciclaggio all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, è presidente di AIRA, l’Associazione Italiana dei Responsabili Antiriciclaggio. AIRA è un’associazione indipendente, non politica e senza fini di lucro. Il suo compito è quello di diffondere la cultura della lotta al riciclaggio di denaro sporco. Maggiori informazioni su: www.airant.it. Ha collaborato Mirko Barbetti. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Nelle ultime settimane ha fatto capolino sulle principali testate del globo una notizia quanto mai singolare: le isole Cayman sono sull’orlo della bancarotta. Per i non addetti ai lavori le isole Cayman possono suonare come l’ennesimo arcipelago sperduto nell’oceano, di difficile collocazione sulla carta geografica. Ma non è proprio così. Le isole Cayman sono un gruppo di tre isole di varia grandezza situate nel mar dei Caraibi a poche miglia a largo di Cuba e a solo un’ora e mezzo di aereo dalla Florida. In realtà, al di là delle incantevoli spiagge, Cayman è stata al centro dell’attenzione in numerose occasioni a causa della sua vocazione finanziaria, o meglio del suo mai del tutto determinato ruolo di paradiso finanziario. Ciò sta a significare che ingenti capitali nel corso di questi anni sono transitati attraverso le sue spiagge per terminare nelle casse delle numerose banche presenti sull’isola. Solo per dare un’idea del fenomeno, ci basti pensare come su un territorio di 259 Km2 sono dislocate qualcosa come 850 tra banche e società fiduciarie e tra queste vi sono stabilite 40 dei 50 più importanti gruppi bancari del mondo.

Nell’isola vige un regime fiscale per così dire “favorevole”, che permette ai suoi cinquantamila abitanti di non pagare imposte né sul reddito, né sulle attività imprenditoriali. Questo regime si estende poi a tutti quegli investitori che decidano di installare qui le sedi delle proprie società, con l’unico limite di non poter rimpatriare i proventi delle società, che sarebbero in questo caso sottoposti a tassazione dello Stato di origine.

Ciò ha fatto delle isole Cayman un vero e proprio paradiso fiscale, un regno dell’evasione libero dagli ostacoli della burocrazia nostrana, che permette a chiunque di fondare società con pochi dollari o di spostare ingenti quantità di denaro rimanendo protetti dal velo dell’anonimato calato sui conti correnti aperti sull’isola.

Ora qualcosa di questo “incanto” sembra essersi spezzato. La recente crisi finanziaria globale, accompagnata dalla recessione e da un improvviso immobilismo degli investimenti e dei capitali, sembra aver messo a dura prova le casse dell’isola, rivelatesi così, molto più fragili di quanto non si immaginasse. Se puo’ interessarti, in borsa si puo’ guadagnare con titoli aggressivi in fase di continuazione del rialzo e difensivi in caso di volatilita’ e calo degli indici, basta accedere alla sezione INSIDER. Se non sei abbonato, fallo ora: costa solo 76 centesimi al giorno, provalo ora!

Su Cayman si è abbattuto un uragano se possibile più forte di quello che nel 2004 aveva scoperchiato le case degli abitanti, provocando ingenti danni, fortunatamente senza vittime, ma che aveva costretto lo Stato ad intervenire con grandi opere di ristrutturazione e ricostruzione delle infrastrutture. A ciò si aggiunga l’ormai decantata guerra ai paradisi fiscali, dichiarata prima dall’Ocse, poi dal G 20 (per l’occasione, nella sede di Londra nell’aprile scorso) su spinta dell’odierna amministrazione americana. Tutto ciò ha influito negativamente sull’andamento degli affari sull’isola che ha avvertito una improvvisa quanto grave mancanza di liquidi cui sopperire mediante finanziamenti esterni. Bisogna a questo punto avvertire come poi Cayman non sia in realtà uno Stato indipendente, ma soggiace all’amministrazione britannica in qualità di Protettorato, del quale la corona inglese nomina un Royal Governor, una sorta di monarca locale che applicherà le disposizioni volute dal governo di Londra. Tra queste, vi è proprio quella di autorizzare o meno eventuali prestiti da o per il Protettorato. Nel caso in esame, il governo di Londra ha riposto negativamente alla richiesta di un prestito di 370 milioni di dollari, stanziato da un consorzio di banche operanti sull’isola, a fronte di un debito pubblico salito di oltre 590 milioni di dollari. Il prestito sarebbe stato utile a chiudere in positivo il bilancio finanziario annuale.

Il sottosegretario per gli affari esteri inglese Chris Bryant ha chiarito come Londra non possa accettare una simile evenienza se non contestualmente ad un piano di rientro che coincida con un canale di finanziamento interno. Tradotto: è necessario introdurre le tasse. Ciò ha gettato scompiglio nell’opinione pubblica locale, poiché finora mai si era arrivati ad una situazione di questo genere talmente aggravata da dover introdurre delle imposte dirette. Finora i cittadini di Cayman avevano pagato un’imposta indiretta, cosa ben differente dal vedersi applicare una tassazione vera e propria, magari a partire proprio dalle attività finanziarie. D’altronde la situazione appare quanto mai grave. Già da mesi dalle buste paga dei dipendenti pubblici sono assenti i pagamenti delle indennità pensionistiche e sanitarie, mentre molto presto potrebbero venire a mancare proprio gli stipendi. William McKeeva Bush aveva da tempo avvertito il precipitare della situazione tanto da chiedere un intervento esterno tempestivo per scongiurare la crisi, ma la fermezza del governo inglese non ha lasciato spazi di manovra ed ora il Protettorato dovrà davvero vagliare l’opportunità di una tassazione nazionale.

Appare a nostro avviso alquanto paradossale che uno stato che movimenta quantità immani di capitali, vada ad ammalarsi per mancanza di liquidi. Ci basti pensare che solo nel 2007 secondo studi di settore pubblicati dalla CIMA (la Cayman Islands Monetary Authority), il giro di affari passato sulle sponde delle tre isole in questione ammontava a qualcosa come 3.200 miliardi di dollari, un’enormità in confronto al detto debito pubblico che in relazione a queste cifre appare estremamente più blando.

Consideriamo infine che le isole Cayman sono l’habitat naturale degli hedge fund (fondi speculativi ad alto investimento ed alto rischio). Se ne contano da queste parti qualcosa come 8.282 su un totale di 9.800 operanti in tutto il mondo. La succitata CIMA serve proprio ad amministrare questi fondi, facenti per lo più capo a società di base a New York o Londra. In un suo articolo pubblicato nel 2007 (London’s Cayman Islands: The Empire of the Hedge Funds), Roger Freeman affermava che la CIMA svolge in realtà un’occulta attività di “racket per la protezione per il commercio di derivati e di esenzione fiscale”. Ciò mediante un’esenzione lunga cento anni da qualunque tassa, sfruttando altresì un “muro di segretezza ufficiale”. Questa sorta di autoregolamentazione ha permesso il proliferare di hedge fund impedendo alle altre nazioni di operare un controllo effettivo ed esercitare una concreta azione autoritaria. Freeman li definisce “strumento dell’oligarchia finanziaria”, utili a cavalcare l’onda della pirateria finanziaria. D’altronde ciò non può stupire, alla luce del fatto che la pirateria è stata l’attività principe per diversi secoli. È solo cambiato il target: in passato venivano assaltati vascelli mercantili; oggi, società ed aziende straniere, nonché il fisco di numerose nazioni.

Tutto ciò deve aver comportato più di qualche malumore (se vogliamo usare un eufemismo) nei piani alti della politica comunitaria, incentrata da alcuni anni nella lotta ai paradisi fiscali e nel porre in essere politiche restrittive e preventive al fine di interrompere il filo conduttore che lega insieme capitali – criminalità organizzata – riciclaggio di denaro ed elusione fiscale. Un qualche imbarazzo deve pur averlo provocato al Regno Unito il fatto che nel G 20 (guarda caso di Londra) si stessero studiando delle strategie per impedire ai paradisi di proliferare in danno alle nazioni offrendo il braccio alle mafie di tutto il mondo. Basti pensare che molti di questi territori sono proprio sotto il controllo della Corona inglese. Si fa riferimento ai vari territori britanni d’oltremanica come Bermuda, Falkland, Isole Vergini, Bahamas, Isola di Man, oltre alle stesse Cayman. Vere succursali della finanza globale. Vere fucine del terrorismo finanziario. Il governo inglese ha giustificato la scelta di non concedere aiuti finanziari a Cayman con il fatto che ad oggi appare impensabile che uno Stato possa reggere le proprie finanze prosperando come paradiso offshore, ammettendo di fatto una inversione di rotta nei rapporti con queste amministrazioni e con il loro modo di operare.

I vertici di Cayman hanno provato a giustificare la loro politica affermando davanti alle autorità di Borsa di mezzo mondo come la componente offshore della finanza mondiale potrebbe sostenere essa stessa la ripresa economica grazie proprio al dinamismo dei propri regimi fiscali. L’emorragia finanziaria cui Cayman è sottoposta non deriva solo dall’alta spesa pubblica, ma anche e soprattutto dai mancati introiti da sempre garantiti dagli istituti di credito. Molte banche a causa della crisi hanno chiuso i battenti, o tagliato personale. Il turismo, seconda fonte di ricchezza dell’arcipelago, è visibilmente calato a causa del crollo dei consumi; tutto ciò non può che condurre ad una inversione di rotta volta ad un risanamento finanziario tramite imposizione fiscale. Il tutto con il favore della Gran Bretagna.

Un cenno infine all’accordo di New York tra il Segretario del Tesoro dell’amministrazione Bush, Paul O’Neill e l’ex Governatore delle Cayman Peter Smith. A margine di questo accordo oramai risalente al 2001, era prevista l’entrata dell’arcipelago nella coalizione per la cooperazione contro il finanziamento del terrorismo. Alcuni hanno voluto vedere anche ciò come il preludio all’estinzione di un paradiso fiscale: niente segreto bancario, trasparenza dei conti, niente più evasione fiscale, maggiore attenzione al pericolo di finanziamento del terrorismo e alle frodi internazionali.
Noi vogliamo vederla in maniera diversa.

L’evasione e di conseguenza i paradisi fiscali sono mali fisiologici della società odierna, radicati tra le maglie del capitalismo e difficilmente potranno essere estirpati senza una reale volontà posta a tal fine. Non bastano le buone intenzioni. Servono le idee e le alternative. E queste i potenti seduti al tavolo del G 20 non le hanno finora fornite.

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