IL PAESE DEI PREDATORI DI TURISTI SPERDUTI

17 Agosto 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – È notizia ormai di qualche settimana fa della caduta libera del turismo giapponese in Italia. L’Asahi Shimbun, il secondo quotidiano più diffuso nel Sol Levante, ha confermato questa tendenza al declino, sottolineando però che il fattore determinante non è imputabile al super euro o al timore dei contagi, ma alla bassa qualità dei servizi e ai prezzi illegali riscontrati nei ristoranti e nei taxi.

Sono solo i giapponesi a subire questo trattamento, o sono forse stati i primi a ribellarsi?

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Da pochi giorni sono tornata da una crociera nel Mediterraneo, i passeggeri erano, per la maggior parte, tedeschi e inglesi. Mimetizzata in questo gruppo straniero, ho avuto l’avventura di scendere allo scalo marittimo di Civitavecchia. Nella mezz’ora intercorsa dallo sbarco della nave alla salita sulla macchina che mi avrebbe riportato a casa, tutto il beneficio della vacanza è svanito lasciandomi un senso di profonda depressione, di vergogna e di furore. Io amo il mio Paese e ritengo una grande grazia il fatto di esservi nata. Proprio in virtù di questo amore, non posso non soffrire quando vedo la landa sciatta e desolata che è diventata.

Ecco i fatti. La nave scarica i bagagli in un deposito interno del porto. Una volta individuate le nostre valigie, dovevamo fare solo pochi metri per portarle alla fermata della navetta che ci avrebbe condotto al terminal esterno – percorso che avremmo potuto fare tranquillamente trascinando i nostri trolley. Viaggiando, però, con una persona anziana, mi sono avvicinata ai carrelli per aiutarla a caricare la sua valigia ma un addetto me lo ha fisicamente impedito. È un servizio che tocca a loro. Miracolosamente, quando la navetta arriva e ci sono da caricare le valigie, il solerte addetto, dopo aver intascato una mancia – per trenta metri di percorso – si è volatilizzato e lo scocciato autista, impalato davanti al portellone aperto, è rimasto a guardare con assoluta indifferenza gli sforzi della mia anziana amica che tentava da sola di issare la sua pesante valigia.

Lo stesso autista, che peraltro esponeva un bel cestino per le mance sul cruscotto, ha pensato bene di lasciarci dopo poche centinaia di metri, ancora all’interno del porto, ben lontani dal promesso terminal esterno, intimandoci di scendere e proseguire a piedi, senza peraltro fare un gesto per scaricare le valigie. A terra, siamo stati attorniati da una folla sinistra di tassisti, probabilmente abusivi, che ci premeva da ogni lato, mormorando «taxi Fiumicino, taxi Fiumicino». La mia anziana amica ha chiesto di essere portata alla stazione dei treni, ma i cinquecento metri che separano il porto dalla stazione erano troppo pochi per pretendere un servizio di taxi.

Si doveva andare a piedi. Così, trainando faticosamente le valigie sotto il sole, con 40° gradi di temperatura, abbiamo raggiunto il sospirato terminal. La sporcizia delle vetrate dell’ingresso è inenarrabile: unte, scivolose, piene di manate. All’interno, il solo bagno segnalato è quello degli uomini. Quello delle donne era nascosto nei meandri della stazione.

In nessuno degli altri Paesi del Mediterraneo che avevo appena visitato mi era capitato di essere trattata come un’idiota, un nemico, un pollo da spennare. In verità, atterrando ad Atene, ero un po’ in apprensione, dato che avrei dovuto prendere un taxi per il Pireo. Si sa, Italia e Grecia vengono spesso accomunate negli ultimi posti delle classifiche europee. Invece tutto è andato per il meglio, l’aeroporto era moderno e pulitissimo, i bagagli sono arrivati dopo pochi minuti e all’esterno, un addetto dell’aeroporto faceva scorrere ordinatamente la fila dei taxi.

Dopo cinque minuti eravamo già sedute nel nostro taxi, fresco, pulito, guidato da un ragazzo sorridente in camicia che parlava un buon inglese, imparato, abbiamo appreso, a scuola. Arrivati al Pireo, ci ha spiegato che conosceva poco le strade e difatti abbiamo faticato a trovare il nostro albergo. Quando finalmente siamo arrivate, il nostro tassista è sceso, ci ha portato le valigie alla porta, chiedendoci 40 euro: 5 euro in meno della tariffa ufficiale esposta all’aeroporto. Il giorno dopo, altra ansia. Dovevamo raggiungere il punto di imbarco che era relativamente vicino in linea d’aria ma sempre troppo lontano per arrivarci a piedi trascinandoci dietro le valigie. Forgiata dall’esperienza italiana, temevo il peggio: nessuno avrebbe voluto portarci per un tragitto così breve.

E invece arriva subito un anziano tassista che si informa gentilmente, in buon italiano, sul nostro viaggio e poi scarica sorridendo le valigie davanti al terminal, per una modica cifra. In tutte le tappe, in Grecia, a Malta, in Libia, ho trovato solo organizzazione, efficienza e gentilezza.

Quale polvere malefica, quale incantesimo è caduto sul nostro Paese che è sempre stato accogliente e garbato? Quale visione del mondo ispira quegli sguardi rapaci, quelle mani avide, quei gesti sprezzanti? In un Paese in difficoltà come l’Italia, che potrebbe ricevere enormi benefici dal turismo, è un atteggiamento lungimirante, questo? Chi si occupa di organizzare le attività turistiche ha competenza, ha professionalità, o pensa soltanto, come sempre purtroppo, a spartirsi la torta dei tanti micro e sotto privilegi che il suo incarico gli offre?

Naturalmente questo atteggiamento di astuti grassatori raggiunge il suo apice nei confronti dei turisti, ma non si esaurisce, purtroppo, in quell’ambiente. È piuttosto come una melma fatta di menefreghismo, di furbizia, di cinismo che si sparge come un blob appiccicoso in tutta la società, negli uffici, nei negozi, nei ristoranti, nei trasporti. L’altro è considerato un nemico, un essere da spennare e da disprezzare, non qualcuno da accogliere e da accompagnare con rispetto e professionalità, ma qualcosa da usare per i propri fini – che sono sempre fini predatori – contando sull’educazione, sulla timidezza e sulla buona fede dell’altro.

Il nostro è un Paese che ha abdicato a una qualsiasi idea di orgoglio nazionale, di crescita, di merito offrendo così il fianco a quella degenerazione della democrazia che ha il terrore del talento, che esalta la mediocrità e la furbizia come valori dominanti, trasformando il suo esistere in una mera rivendicazione di diritti individuali – senza peraltro che a questi diritti corrispondano mai dei doveri. La grande differenza che c’è oggi, in questa nostra società arcaica e incivile, non è, come si vuol far credere, tra destra e sinistra, tra Nord e Sud, ma tra persone che hanno a cuore il bene comune – e che sono orgogliose di contribuire a costruirlo – e persone che vedono solo il proprio tornaconto e quello del loro gruppetto e il cui motto potrebbe essere tranquillamente: «Dopo di me il diluvio».

La maleducazione è diventata la bandiera della nostra società. Scomparsa la gentilezza, svanito il sorriso, sparita la propensione all’allegria che questo magnifico Paese – con le sue bellezze e la sua luce – dovrebbe infondere nel cuore di ognuno, non rimane che questo ghigno sardonico, questo rumore di fondo, ottuso e triturante, che annienta, polverizza, rende umiliante qualsiasi tipo di rapporto.

Anni di anarchia educativa, anni di smantellamento dei valori fondanti dell’essere umano e della società, anni di folle demagogia da parte dello Stato hanno prodotto la fine del senso civico e della gentilezza, relegandole tra gli orpelli non più necessari. Senza gentilezza, senza comprensione dell’importanza dell’altro, del fondamento etico insito nella relazione, la vita diventa un arrembaggio. L’arrembaggio dei più furbi, dei più forti, dei più disonesti.

I giapponesi ci hanno già lasciato, presto lo faranno anche i tedeschi, gli americani, i francesi, gli inglesi, attratti dalla più alta qualità dei servizi degli altri Paesi del Mediterraneo. E allora cosa faremo? Invocheremo la sventura, il destino avverso e l’intervento dello Stato per porre rimedio all’abbattersi di questa catastrofe naturale? Naturale? Se si può considerare naturale una cosa costruita per anni con pazienza certosina.

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