Il mondo in fiamme: tocca all’Oman. E anche i cinesi vorrebbero una rivoluzione del gelsomino

28 Febbraio 2011, di Redazione Wall Street Italia

Le notizie provenienti dalla Libia sembrano più confortanti -almeno sul fronte delle esportazioni di petrolio – ma i prezzi del Brent e del Wti continuano a preoccupare anche se sono riscesi nelle ultime ore rispetto ai massimi testati durante le prime ore della mattinata.

Motivo: le tensioni esplose ora nel sultanato dell’Oman, anch’esso contagiato dalla furia della rivolta islamica. Si parla già di sei morti nel corso delle proteste avviate dal popolo, che ha deciso evidentemente di lasciarsi trasportare dal vento di rivoluzione che soffia in Medio Oriente.

Finora le proteste non hanno intaccato la produzione di petrolio del paese; l’Oman è tra l’altro un piccolo produttore di petrolio, che fornisce 850.000 barili al giorno; detto questo, la sua produzione di crude fa parte di un benchmark di prezzi che viene applicato ai più di 10 milioni di barili di crude che ogni giorno dal Medio Oriente vengono esportati in Asia attraverso il porto di Mina al-Falah.

Tutto sommato, però, la preoccupazione sulle forniture di petrolio dall’Oman è limitata e come spiega lo stesso Ben Westmore, economista di commedities presso la National Australia Bank, “i paesi che importano direttamente petrolio dall’Oman, possono trovare altre alternative”.

Ma l’Oman spaventa lo stesso: perchè l’esplosione delle rivolte nel paese non fa altro che confermare i timori sull’effetto contagio della violenza che ha colpito i paesi nordafricani, lo Yemen e il Bahrein.

Westmore non ha dunque tanta paura del caso singolo dell’Oman ma dell'”effetto contagio” delle rivolte islamiche, che ormai c’è già stato. Il caso peggiore? Sicuramente una interruzione di forniture di petrolio dall’Arabia Saudita, che defiene la maggior parte della capacità produttiva di riserve di petrolio. Allora sì che la situazione si farebbe pesante: anche percchè di fatto, nbon ci sarebbe più alcun produttore che potrebbe rimpiazzare la produzione persa durante le rivolte libiche.

LIBIA- Nel paese le rivolte hanno bloccato la produzione di tre quarti circa dell’output assicurato in precedenza, pari a 1,6 milioni di barili al giorno. Ma la buona notizia delle ultime ore, stando a quanto rende noto il Wall Street Journal, è che i ribelli libici avrebbero deciso di far ripartite le spedizioni di petrolio dell’azienda libica Arabian Gulf Oil, il maggiore produttore di petrolio della Libia e l’unica società petrolifera situata nella zona orientale in mano ai rivoltosi. La consegna del petrolio – 700.000 barili con destinazione forse in Cina – rappresenta un segnale di speranza in un paese sempre più scosso dalla violenza. L’agenzia per i rifugiati dell’Onu afferma che più di 100.000 persone sarebbero fuggite soltanto la settimana scorsa dalla Libia. Detto questo, la formazione di un governo provvisorio viene vista come un altro piccolo passo in avanti, anche se i rivoltosi, sempre più vicini a Tripoli, sono stati piuttosto chiari nell’affermare che non vogliono alcun intervento straniero. Alta l’allerta in tutto il mondo: oggi ci sarà un importante riunione dei ministri degli esteri a Ginevra. Nel frattempo, le Nazioni Unite invitano a
monitorare attentamente la situazione.

CINA-Ed ecco che dall’Islam la voglia di proteste e di cambiare il regime arriva anche qui in Cina. Prendendo esempio dal Medio Oriente, diverse centinaia di cinesi hanno tentato di a Shanghai di indire una protesta, che è stata però prontamente rintuzzata. Pechino però trema, almeno da gennaio, ovvero dalle rivolte antigovernative che esplose in Tunisia. Ed è proprio alla Tunisia che migliaia di manifestanti si sono ispirati. In un messaggio diffuso su Facebook, Twitter e altri siti stranieri , l’appello è quello di indire una rivoluzione del gelsomino anche nel Paese del Dragono domenica prossima. I fermenti di rivolte da parte dei cinesi spaventano le autorità cinesi, che hanno pattugliato Shanghai, Pechino e altre città in cui le manifestazioni dovrebbero avere luogo. Per paura dell’effetto contagio, il governo cinese ha anche imprigionato alcuni attivisti e legali che si occupano della tutela dei diritti civili, bloccando nei motori di ricerca presenti nel paese, parole come “Egitto” e “Tunisia”.

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TMNews – Il procuratore della Corte penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha annunciato l’apertura di un esame preliminare sulle violenze in Libia, che potrebbe condurre a un’eventuale inchiesta su Muammar Gheddafi per crimini contro l’umanità.