IL MERCATO INTERBANCARIO E’ GIA’ CHIUSO

9 Settembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ direttore del Corriere del Ticino. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di WSI, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Le banche centrali hanno perso la prima battaglia di quella che si prospetta una guerra lunga e difficile per superare questa crisi determinata dallo scoppio di un’enorme bolla creditizia, di cui i mutui ipotecari subprime sono solo la punta dell’iceberg.

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La incontestabile ammissione di questa prima sconfitta è rappresentata dalle nuove immissioni di liquidità nel mercato monetario operate giovedì scorso dalla Banca centrale europea (42 miliardi di euro) e dalla Federal Reserve (31 miliardi di dollari). Le banche centrali sono state costrette ad intervenire nuovamente, poiché le decine e decine di miliardi già immesse in agosto nel sistema e la «promessa» del taglio dei tassi americani non sono bastate a riportare la calma sul mercato monetario. Infatti il mercato interbancario è pressoché chiuso.

Questo fenomeno, che dà la misura della gravità dell’attuale crisi, è dovuto a due fattori: da un canto, le banche non hanno più fiducia l’una nell’altra e quindi non si prestano i soldi, dall’altro, stanno accumulando prudenzialmente capitali liquidi, perché sanno che presto saranno chiamate ad onorare impegni finanziari già presi e perché sanno che oggi non è solo costoso ma è anche molto difficile raccogliere capitali sul mercato. Infatti le stesse banche e gli altri operatori devono oggi pagare tassi nettamente superiori a quelli guida definiti dalle banche centrali e a quelli che pagavano prima dello scoppio di questa crisi.

Ed è proprio la persistente chiusura del mercato interbancario e il premio che il mercato monetario continua a chiedere sia per i prestiti giorno per giorno sia per quelli fino a tre mesi il segno inequivocabile del fallimento delle operazioni finora attuate dalle banche centrali.

E un’implicita ammissione dell’inadeguatezza di questi interventi è stata fatta dallo stesso Jean-Claude Trichet, il quale ha dichiarato che gli interventi delle banche centrali non possono da soli ricreare un clima di fiducia. Ad essi si deve affiancare – ha continuato Trichet – un impegno di trasparenza delle banche che devono rendere nota la loro esposizione complessiva nei confronti dei vari veicoli fuori bilancio (conduit, SIV e SIV-lites) e nei confronti delle varie operazione bancarie e dei nuovi strumenti finanziari (dai crediti ponte alle operazioni di private equity, alle linee di credito agli hedge funds, agli strumenti derivati, ecc.).

Come è facile capire, non si parla più dei crediti ipotecari subprime, che sono stati il detonatore della crisi, ma che rappresentano solo una piccola parte dell’enorme bolla creditizia creata dal sistema finanziario negli ultimi anni. Di questa fanno parte i veicoli fuori bilancio creati dalle banche per sottrarsi alle regolamentazioni bancarie e per evadere le tasse basati sul principio di finanziare crediti a lunga con una raccolta di capitale a breve (ossia con una formula che qualsiasi studente di economia sa che porta al disastro). Ebbene venendo meno la possibilità di finanziarsi a breve, questi veicoli entrano in crisi e i crediti da loro finanziati stanno ritornando nei bilanci bancari e quindi stanno richiedendo nuovi capitali freschi alle banche.

L’altra fonte di preccupazione sono i crediti ponte forniti dalle banche di investimento per le grandi acquisizioni societarie dei fondi private equity. Si stima che siano più di 300 i miliardi di dollari che le banche non riescono più a piazzare sul mercato. Ed infine vi è la grande nebulosa delle linee di credito agli hedge funds e dell’esposizione delle banche nei confronti dei derivati e degli strumenti nuovi creati negli ultimi anni dalla finanza globale.

Dunque, oggi si è confrontati con una crisi del sistema bancario, di cui i mutui subprime sono solo una voce e nemmeno la più importante. In pratica si ha a che fare con un’esponenziale crescita del volume dei crediti, di cui il sistema bancario pensava di essersi sbarazzato, avendolo venduto sul mercato attraverso i processi di cartolarizzazione, che invece si sta riconcentrando nel sistema bancario (e sta rientrando nei bilanci delle singole banche) proprio per i meccanismi perversi creati dalla stessa finanza globale.

Paradossalmente in queste condizioni la richiesta di trasparenza di Trichet non può essere soddisfatta. Le banche non vogliono fornire questi dati, poiché, da un canto, temono di creare panico e, dall’altro, poiché non sono in grado di calcolare questa esposizione. Vi sarebbe inoltre un problema enorme di omogeneizzazione dei criteri di valutazione di strumenti che non hanno prezzi di mercato.

Ma c’è di più: il fattore tempo aggrava la crisi. La settima prossima verranno a scadenza circa 130 miliardi di euro di strumenti di finanziamento a breve che dovranno essere rifinanziati. E questa operazione nelle attuali condizioni di mercato è proibitiva. Quindi questi crediti dovranno essere erogati dal sistema bancario. Questo è un altro motivo della corsa ad accumulare liquidità da parte delle banche di tutto il mondo. Quindi, quali sono le possibili prospettive? La Bce ha già preannunciato che dalla settimana prossima comincerà a finanziare il sistema bancario anche con prestiti a tre mesi, come già fa la Federal Reserve. Ed è anche probabile che, come già fa la Fed, accetterà nelle operazioni repo come garanzia qualsiasi tipo di titoli (anche quelli dei mutui subprime). Inoltre sia la Bce sia la Fed, come anche altre banche centrali (ad esempio quella inglese e quella australiana) continueranno ad immettere miliardi e miliardi di liquidità nel mercato monetario. E se tutto ciò non basterà, le banche centrali apriranno linee di credito a favore delle banche in difficoltà.

Nel frattempo la Federal Reserve abbasserà i tassi. La manovra della Fed non si limiterà al previsto taglio di 50 punti base che il mercato dà già per scontato. Infatti la decisione del prossimo 18 settembre sarà solo l’inizio di una serie di riduzioni del costo del denaro che saranno motivate non solo dall’attuale crisi finanziaria, ma anche dal fatto che essa sta cominciando a «colpire» l’economia reale in modo più rapido e più forte di ogni aspettativa, come dimostrano i dati sul mercato immobiliare e come soprattutto hanno confermato ieri i dati negativi sul mercato del lavoro statunitense. Quindi la crisi non è finita. Anzi, siamo solo alle sue battute iniziali.

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