IL GURU
DELLE BOLLE PUNTA ANCORA SUL TORO

5 Giugno 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Il Toro a Wall Street corre ininterrottamente da quasi cinque anni, e i due principali indici azionari, il Dow Jones e l’S&P500, sono ai massimi storici, addirittura sopra i livelli toccati all’epoca dell’euforia irrazionale per la new economy. Ma la fine della fase di rialzo non è vicina e, soprattutto, non sarà caratterizzata da un crac stile primavera 2000 oppure ottobre 1987. Lo dice Vernon Smith, premio Nobel per l’Economia 1992, uno che di bolle speculative se ne intende, visto che le ha «create» e studiate in laboratorio con gli esperimenti che gli hanno valso il riconoscimento dell’accademia reale svedese delle scienze.

Secondo Smith oggi le azioni americane sono ragionevolmente valutate in Borsa, persino quelle tecnologiche e infatti — come ha recentemente rivelato al Wall Street Journal — ha investito in titoli di società medio-piccole biotech una parte dei suoi risparmi, quella che può permettersi di perdere con scommesse speculative (il resto è diversificato in fondi comuni). Fra i titoli nel suo portafoglio: Palomar medical technologies, Ariad Pharmaceuticals, Isis Pharmaceuticals e Sepracor, tutti quotati al Nasdaq.

Effetto globalizzazione

Nel 1999, all’apice quasi della Bolla di Internet, Smith aveva avvertito che il mercato era in condizioni pre-crollo. Ma oggi crede che la globalizzazione e le nuove tecnologie insieme possano sostenere una crescita delle economie e delle Borse più durevole delle precedenti fasi di boom. «C’è motivo di pensare che questa rivoluzione della tecnologia e delle comunicazioni abbia cominciato veramente ad avere un impatto sulle aziende, in modo molto ampio — ha spiegato l’economista —. Attività che una volta erano fatte dentro un’impresa, ora vengono svolte altrove nel mondo a prezzi più bassi grazie alla convenienza delle comunicazioni».

Wall Street non starebbe per crollare anche perché fenomeni come la Bolla di fine Anni Novanta e il suo scoppio avvengono solo una volta nella vita di una generazione, spiega Smith: «Quando la gente fa un’esperienza simile, è molto difficile che partecipi al riaccendersi della speculazione. Per rigonfiare una bolla bisogna coinvolgere nuove persone».
È l’insegnamento che viene dagli studi che iniziò 50 anni fa, quando parlare di esperimenti di economia in laboratorio era un’eresia.
Ma Smith non ha problemi ad essere considerato un iconoclasta. Anche il suo look è originale: a 80 anni compiuti si veste ancora in stile western, indossando stivali da cowboy e anelli indiani, fedele alle praterie del Kansas dove è nato e cresciuto.

Gli esperimenti

Smith, che oggi insegna alla George Mason University, Virginia, è stato il primo ad applicare tecniche della psicologia sperimentale per studiare come gli individui interagiscono nello scambiarsi dei beni e come funzionano quindi i mercati. Nei suoi primi esperimenti, iniziati nel 1956 all’università di Purdue, Indiana, usò come «cavie» i suoi studenti, dividendo la classe fra compratori e venditori. Nei test dove i beni scambiati sono azioni, e i partecipanti al mercato ricevono l’informazione di quanto un’azione dovrebbe valere, si vede che gli scambi iniziano a prezzi inferiori rispetto al «prezzo equo» e mano a mano salgono, fino ad arrivare al livello di «bolla» e poi a crollare, tanto più sensibilmente quanti più soldi i giocatori hanno a disposizione.

Quando gli stessi individui ripetono l’esperimento, di nuovo si forma una «bolla», ma più rapidamente e anche il suo scoppio avviene più in fretta. Di solito la terza volta che l’esperimento viene ripetuto con gli stessi soggetti, il volume di scambi è inferiore e viene finalmente raggiunto un equilibrio attorno al «prezzo giusto».

Il motivo — ha spiegato Smith — è che anche quando sul mercato sono diffuse le informazioni sul valore fondamentale delle azioni, ogni investitore non sa però come gli altri utilizzeranno quelle notizie e quale sarà il loro comportamento. Solo al terzo tentativo i partecipanti all’esperimento arrivano a un prezzo razionale.
«Ma non ci arrivano applicando la ragione e le informazioni comuni — ha osservato il Nobel —. Ci arrivano per esperienza. Così la convergenza verso aspettative razionali è un fenomeno frutto dell’esperienza».

Il ricordo
I risparmiatori scottati dal crac del 2000 insomma dovrebbero aver imparato la lezione e diversi sintomi confortano questa teoria: l’indice azionario più rappresentativo dell’Internet-mania, quello del Nasdaq, vale ancora la metà di sette anni fa; il prezzo delle 500 azioni dell’indice più rappresentativo del mercato americano, lo Standard & Poor’s, è 18 volte gli utili degli ultimi 12 mesi, un livello appena sopra la media degli ultimi 60 anni (p/u pari a 16) e molto inferiore a quello 1999 (p/u oltre 30).

Inoltre molti piccoli investitori sono rimasti alla finestra, non hanno creduto al rialzo iniziato nell’ottobre 2002, preferendo investire in reddito fisso o sulle Borse internazionali.
Detto questo, e precisato che la sua capacità di previsione dell’andamento della Borsa a breve termine non è migliore di qualsiasi altra persona, Smith ammette che le attuali quotazioni possono arretrare a causa del rallentamento della produttività dell’economia americana, ma resta ottimista sulle prospettive di lungo termine del Toro.

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