IL GUFO DI TURNO: ATTENTI AI MERCATI AZIONARI

8 Gennaio 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Fioccano le notizie dagli Stati Uniti, qualcuna discreta, molte preoccupanti, sicché il Dow Jones continua a fluttuare all’interno della banda di oscillazione fra 13.000 e 14.000 punti, senza un trend di fondo. Intanto il petrolio buca di slancio la barriera storica dei 100 dollari al barile e l’oro si proietta in territori inesplorati. Il leggendario guru svizzero (ma vive a Hong Kong), Marc Faber, che su questo giornale aveva già profetizzato il boom delle risorse di base dal 2000-2001, adesso consiglia prudenza sull’azionario, e coraggio sull’oro e altre commodity come lo zucchero e il cotone.

Dr. Faber, la domanda è se l’America sta scivolando in recessione. Lei che ne pensa?

Non ho una risposta univoca, perciò raccomando prudenza sulle Borse. Durante la Seconda Guerra Mondiale, tra i piloti della Raf circolava un adagio: esistono piloti vecchi e piloti arditi, ma non esistono piloti vecchi e arditi. Ecco, credo che non sia il caso di essere arditi in Borsa.

Ciò che rabbuia l’orizzonte è la prospettiva del mercato immobiliare e del credito. È d’accordo?

È sicuramente così. I lavori edili appena avviati si sono dimezzati. In passato questo si è sempre accompagnato a una recessione, come negli anni 1970, 1974, 1981 e 1990. Il prezzo delle abitazioni dovrebbe calare del 25%, oppure stare fermo 5 anni per ristabilire una qualche attinenza con i fondamentali.

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Qualcuno dice però che le banche d’affari americane, crollate sotto il peso dei debiti subprime, siano ora un affare. È un’ipotesi condivisibile?

No, applicherei di nuovo il motto della Raf. Il fatto che un titolo sia caduto in verticale non ha alcun significato. Per esempio, nel 1985 raccomandai l’acquisto di un paniere di banche texane, che avevano lasciato sul terreno il 95% del loro valore…

E com’è andata?

Sono fallite tutte con mio grande stupore!

Dunque no alle varie Bank of America, JP Morgan, o Citigroup? Si è ricamato molto sul ruolo dei fondi sovrani e sui loro interventi di salvataggio.

Prendiamo il caso di Citigroup: le sue azioni sono rimbalzate da 30 a 35 dollari, dopo che il 27 di novembre il fondo di Abu Dhabi ha annunciato un investimento da 7,5 miliardi. Poi però il titolo è tornato sui suoi passi come uno yo-yo.

E il resto del listino azionario?

Non escludo che esistano delle occasioni. Ma in tutta la mia carriera non ho mai visto una Borsa correre al rialzo senza la partecipazione del settore finanziario.

Sull’economia Usa quali sono i segnali positivi e quali i negativi?

Oltre a edilizia e credito sul fronte negativo sottolineerei due elementi. Primo, gli indicatori reali inerenti il volume dei container, i carichi di merci su gomma e su rotaia, tutti descrivono un’economia in frenata, un rischio del resto segnalato pure in Borsa dal pessimo andamento dei titoli del consumo.

E il secondo?

L’altro aspetto negativo è l’inflazione. Stando all’associazione delle carte di credito 20 milioni di americani pagheranno la bolletta del riscaldamento indebitandosi sulla carta di credito. Una cosa mai viste. Inoltre, i dati ufficiali sono tutti taroccati per quanto riguarda l’inflazione.

In che senso?

Consideri che il 95% delle famiglie americane spende oltre il 20% del reddito in alimentare. Eppure nelle statistiche federali, il peso dato al cibo è solo dell’8%. Al contrario, in Europa il peso è quasi del 16% e in Giappone del 19%. C’è qualcosa che non torna.

Osservavamo come non tutti i sintomi sono quelli tipici di una recessione. Qualche esempio?

È mancato il solito ciclo di boom-crollo nella spesa per investimenti. La capacità produttiva ha seguito una parabola ascendente molto dolce, e le scorte non destano allarmi eccessivi.

Se la costringessero ad acquistare azioni, quali listini preferirebbe?

Forse Wall Street perché negli ultimi 5 anni ha mostrato un trend deludente rispetto alle piazze estere, in parte dovuto alla debolezza del cambio. Eviterei invece i mercati emergenti. Qui i capitali esteri hanno giocato un ruolo di primo piano e se fossero rimpatriati causerebbero un capitombolo a quelle Borse. L’Europa si colloca in posizione intermedia.


Cambiamo argomento: il petrolio è schizzato oltre i 100 dollari mentre il metallo giallo ha raggiunto nuovi record. Cosa riserva il futuro?

Non sono sorpreso dalla performance del petrolio. I lettori ricorderanno che per anni ho indicato 100 dollari al barile come obiettivo di lungo termine. Il rialzo può proseguire. Adesso, però, vedo opportunità più interessanti nelle commodity agricole.

Su quali basi?

Domanda e offerta. Le scorte di derrate sono ai minimi, molti terreni nei Paesi emergenti risultano inquinati o destinati all’urbanizzazione. Le acque appaiono in condizioni pessime. La domanda, al contrario, va di pari passo con il maggior reddito disponibile. L’introduzione delle carni nella dieta comporta la moltiplicazione nell’uso dell’acqua e delle granaglie. Infine, rispetto al prezzo dei prodotti energetici, quelli agricoli sono ai minimi degli ultimi due secoli.

Ha delle preferenze in particolare?

Sì, lo zucchero e il cotone, per gli specialisti. Nei prossimi 10 anni la domanda cinese di zucchero dovrebbe schizzare alle stelle. Le stime dell’Ocse sono impressionanti. L’uso come base per l’etanolo è ormai una realtà industriale. Sottolineo infine come nei passati due anni, il prezzo dello zucchero sia sceso del 21%, contro un rialzo del 185% per il grano, del 105% per il mais, del 93% per la soia. Se conosco gli agricoltori, ovunque sia possibile, sradicheranno la canna da zucchero, optando per colture più profittevoli, e così facendo abbasseranno l’offerta.

Che ci dice dell’oro?

Che dovrebbe essere accumulato gradualmente da tutti i risparmiatori prudenti. Le politiche lassiste delle Banche centrali sono le migliori amiche dei metalli preziosi. A tempo debito, non escludo che l’oro possa raggiungere i 3.000 dollari l’oncia. A quel punto persino i fondi sovrani incominceranno a comprare, e sarà allora il caso di vendere.

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