Il governo Monti segue solo i piani delle vecchie caste

4 Aprile 2012, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo articolo – pubblicato da Il Fatto Quotidiano e NoiseFromAmerika, che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Stiamo ripetendo, mutatis mutandis, l’orrenda esperienza del periodo 1992-1996 (modulo l’interruzione del primo governo BS) con Mario Monti nei panni che furono di Giuliano Amato prima, di Carlo Azeglio Ciampi poi e di Lamberto Dini infine. E non è per nulla una buona cosa.

La crisi della lira e del debito pubblico esplosa nel 1992 venne causata dalle politiche economiche di Craxi, Andreotti, Forlani, De Mita e dei loro compari – fra i quali vanno inclusi già la triplice sindacale e Confindustria, divisi allora come ora da steccati ideologici ma uniti nella domanda di spesa pubblica. Allora come ora l’attenzione si concentrò sui tassi d’interesse e sul rischio di default ma, allora come ora, il problema sottostante consisteva nell’alta ed insostenibile spesa pubblica, nell’inefficienza e corruzione dello stato e nel già allora evidente arretramento del sistema economico ed imprenditoriale italiano nel contesto internazionale. Quest’ultimo elemento, che è forse quello decisivo, era allora meno evidente di quanto non lo sia ora, ma c’era già ed era visibile a coloro i quali volessero guardare. Ne seguì una seria recessione da cui il paese credette di uscire attraverso la svalutazione; come ben sappiamo fu un fuoco fatuo e pochi anni dopo la realtà cominciò a palesarsi sempre più chiaramente. Sono oramai 12 anni che il reddito medio degli italiani non cresce più. Il rischio di default indusse il governo di Amato prima, quello di Ciampi poi ed infine, dopo la parentesi BS, quello di Dini ad incentrare la loro azione sul “riassetto” della finanza pubblica e solo di quella. Ci riuscirono,come sappiamo, attraverso una sequenza impressionante di aumenti d’imposte ed espropri della ricchezza privata nazionale.

Quest’opera venne poi completata dal governo Prodi-D’Alema-Amato durante il 1996-2001, permettendo all’Italia di far finta d’aver raggiunto una situazione compatibile con l’entrata nell’Euro. Quando compatibile fosse, dodici anni dopo, credo l’abbiano capito anche i sassi. Ma il punto di fondo è che negli anni che vanno dalla crisi del 1992 al 2000 circa, lo stato italiano riuscì ad appropriarsi di circa 6-8 punti percentuali in più di PIL che trasferì dal reddito disponibile delle famiglie al proprio. Ed il debito pubblico, in percentuale del PIL, calò di assai poco, il ché vuol dire che continuò ad aumentare in termini assoluti. Non si fece nient’altro, come tutti sanno, anzi. Ma non mi dilungo. Il punto è che si rispose alla crisi del debito attraverso un puro e semplice aumento delle imposte, lasciando che le cause strutturali continuassero ad agire anzi si aggravassero.

Questo breve cappello storico è necessario per riuscire a capire il mio giudizio negativo su quanto sta facendo il governo Monti e sul perché io ritenga che oggi si stia perdendo un’altra occasione storica per salvare il paese dal declino. Un’occasione che io ritengo ancora più importante e decisiva di quella del 1992-99 sia perché la situazione economica è oggi molto peggiore e ne sono palesi le cause ma anche perché, forse, non se ne presenteranno molte altre prima che il declino diventi irreversibile. Alcuni ritengono già lo sia, ma questo è secondario. Il punto di fondo è che i governi che si sono succeduti, dall’Amato del 1992 sino all’ultimo Amato, quello del 2000, altro non hanno fatto che tassare gli italiani per mantenere l’equilibrio sociale e di potere esistente. Ed è questo che ci ha fregato e continua a fregarci.

Ecco perché quanto sta succedendo, da novembre in poi, mi preoccupa assai. Nel caso non si fosse capito Mario Monti si candida a futuro inquilino del Colle o a prossimo Presidente del Consiglio. In entrambi i casi con il consenso di un’ampia coalizione politica e al fine di garantire che nulla cambi nella distribuzione del potere reale in Italia. Che così fosse era ovvio da tempo sia per il comportamento suo e dei suoi ministri più in vista sia, soprattutto, per le finte riforme ed i veri aumenti di tasse che sono andati adottando. La lettera sul Corriere della Sera ne articola il programma, che consiste nell’offrirsi ai tre grandi partiti e ai gruppi di potere che con essi controllano il paese come il garante della continuità. Siamo tutti consapevoli che questo parlamento e le poche decine di migliaia di persone che in Italia dirigono l’apparato dello stato (dai comuni ai ministeri, dalle aziende pubbliche alle fondazioni bancarie ai monopoli dei servizi) non intendono perdere potere e privilegi. La lettera di Monti, vergata nel mezzo di un viaggio fallimentare, li rassicura che l’azione di questo governo può far sì che così sia per ancora parecchio tempo. Monti è consapevole che, sia per la loro inconsistenza politica sia per il loro velleitarismo sociale, né Vendola, né Di Pietro, né la Lega, sono assimilabili a questo progetto, né sono necessari. Il colloquio viene con la casta “organica”, quella che è parte da decenni di questo apparato dello stato e lo controlla o ne è controllata: PD, PdL, Centro.

L’obiettivo, dicevo, è quello di tranquilizzare la trinariciuta casta, occupata ad aggiustare le regole elettorali per blindare anche il prossimo parlamento, confermando che questo governo non intende “approfittare” della grave situazione in cui versiamo per rivolgersi direttamente al paese mettendo in discussione l’equilibrio di poteri esistenti e la struttura statale che lo sottende. Tutt’altro: questo governo, qualsiasi provvedimento adotti, lo farà con il consenso delle attuali elites politico-burocratiche. Rigoroso rispetto per le regole della democrazia parlamentare? Sforzandosi assai la si può vendere così, ma è ipocrisia. Non costituirebbe violazione d’alcuna regola democratica porre questo parlamento davanti a riforme vere, chiedendo di prendere o lasciare, assumendosi le conseguenze politiche ed economiche della scelta. Non servono forse a questo i governi “tecnici”? Invece non solo il governo si è piegato a tutti i compromessi che parlamento e gruppi d’interesse hanno voluto imporre ma il primo ministro garantisce ora che così sarà anche in futuro perché i partiti italiani sono “vitali” e guardano “agli interessi del paese”. Chissà perché, invece, al lavoratore italiano medio essi appaiano come zombies assetati di tasse.

Per fornire questa garanzia ed esplicitare questo programma, Mario Monti ci informa che il mondo intero ammira le riforme italiane, fra le quali include delle mitiche liberalizzazioni mentre si scorda di menzionare che la riduzione del disavanzo avverrà, se avverrà, grazie soprattutto ad un aumento dell’imposizione fiscale. La residua incertezza che mantiene gli investitori internazionali lontano dall’Italia, dice il premier, è dovuta da un lato alla non ancora approvata riforma del mercato del lavoro (scordandosi di aggiungere: dipendente e privato, che come funziona l’altro 40% circa del mercato del lavoro italiano agli investitori internazionali evidentemente non interessa) e dall’altro al timore che la politica disfi ciò che i tecnici han fatto. Questo secondo rischio non si pone per le ragioni suddette, quindi basta approvare la riforma del lavoro dipendente ed è fatta. Qui la spara grossa perché, anche se venisse approvata verbatim, questa riforma avrebbe effetti solo marginali sul tasso di occupazione ed effetto zero sugli investimenti. Cercare di convincere gli italiani che, una volta ritoccato l’articolo 18, si sarebbe fatto tutto ciò che era necessario fare è bugia grave, ed il professor Monti lo sa.

I ciecamente patriottici diranno che è suo dovere operare perché la fiducia nel futuro dell’Italia aumenti sia dentro che fuori del paese e che, per farlo, occorre anche compiere dei peccati veniali, come lo sono le affermazioni abbastanza gratuite che la missiva in questione contiene. In una situazione normale questo punto di vista sarebbe legittimo. Ma non siamo in una situazione normale e le bugie ed omissioni sono peccati veniali se e solo se la distanza che intercorre fra i fatti e parole è minima. Qui, invece, la distanza fra quanto Monti afferma e la realtà del paese è abissale: quanto fatto sino ad ora non ha nemmeno lontanamente intaccato le radici antiche del declino italiano. Ha solo evitato (attraverso una brutale stretta fiscale su parte del settore privato) che l’aumento dello spread, dovuto all’irresponsabilità pluriennale di quella classe politica che Monti elogia, facesse finire il paese in una spirale disastrosa in confronto alla quale il declino pluridecennale sembra un sentiero fiorito. Tra non crollare nel giro di un anno e riprendere a crescere la distanza è abissale, come i tremolii dei mercati finanziari ci ricordano e come, soprattutto, la profonda recessione in corso conferma.

E qui torniamo al punto di partenza: il declino italiano si arresta ed inverte solo con un radicale big bang riformista. Ma perché si possa anche solo coltivare la speranza di tale big bang è necessario che la maggioranza degli italiani si rendano conto della situazione e delle sua cause antiche. Occorre, soprattutto, che coloro che lavorano e producono intendano ed accettino che non è possibile risalire la china senza cambiamenti drastici nel funzionamento dell’apparato dello stato, nella composizione e nel livello della spesa e della tassazione, nella protezione statale del monopolio (pubblico o privato, fa poca differenza) nei settori dei servizi, eccetera, eccetera: la solita litania, insomma. Fare questo richiede ed implica far saltare i rapporti di potere in essere nel nostro paese sin dal ventennio fascista. Richiede ed implica scompigliare la composizione delle elites italiane, ridefinendo le alleanze sociali che le originano e che esse perpetuano attraverso l’intervento statale. Richiede, quindi, mettere in discussione il potere ed i privilegi di questa classe politica e delle poche decine di migliaia di “burocrati” che con essa gestiscono il potere economico e politico in Italia.

La lettera di Mario Monti intende tranquilizzare esattamente costoro. Uscire dal declino richiede che costoro si innervosiscano, e che lo facciano a ragion veduta. L’Italia che produce, se vuole salvarsi, deve trovare qualcuno in grado di farlo.

P.S. A qualche amico, che mi ha scritto, la frase finale è apparsa come una autocandidatura. Non lo è per niente: è la constatazione di un problema che esiste e la richiesta a qualcuno di farsi avanti. La gente come me può offrire idee o, nel caso mio, analisi impietose ed anche provocanti. Ma dubito che possano essere persone come me quelle che potranno essere in grado di riunificare quelli che io chiamo i “produttori” nella direzione che permette di salvare l’Italia. Non è questo, comunque, il tema dell’articolo. Il tema dell’articolo è evidenziare che il governo Monti non sta fermando il declino, lo sta solo rallentando per permettere ai gruppi socio-politici che controllano il paese di riorganizzarsi. E lo fa facendo pagare la bolletta, per l’ennesima volta, all’Italia che lavora e produce. La quale, permettendolo, firma e controfirma, una volta ancora, il proprio suicidio a fuoco lento. Questo il punto.

Questo articolo è una versione ampliata di un editoriale pubblicato su Il Fatto Quotidiano in data 1/4/2012.

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