il governo del Presidente: niente poltrone ai politici

11 Novembre 2011, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – Non ha ancora ricevuto l’incarico di formare il governo, ma a leggere le anticipazioni sulle agenzie, sui siti e sui giornali è come se Mario Monti avesse già formato il suo esecutivo, con tanto di dicasteri prenotati o addirittura assegnati. In realtà il presidente della Bocconi ha fatto il suo ingresso formale nei palazzi della politica romana soltanto ieri, quando ha varcato il portone del Quirinale. Qui – da neo-senatore a vita – si è intrattenuto a colloquio con Giorgio Napolitano. Questa mattina Monti entrerà per la prima volta nell’aula di palazzo Madama dove parteciperà alla seduta chiamata ad approvare il ddl Stabilità. Un battesimo formale che proseguirà nelle prossime ore, quando il Capo dello Stato chiamerà Monti al Quirinale, stavolta per dargli l’incarico formale di formare un nuovo governo.

Nel frattempo sono proseguiti i colloqui informalissimi per sondare le disponibilità dei papabili ministri. Con quale schema di gioco? Il punto che rende friabili e spesso fantasiosi i toto-ministri, è proprio questo: la natura del governo non è ancora definita. Si va verso un governo di larghe intese (con i partiti dentro), o verso un governo del Presidente, composto da ministri tecnici e da sottosegretari politici? Due ipotesi molto diverse tra loro e lo schema preferito dal premier in pectore, ma anche dal Capo dello Stato è il secondo, quello di un esecutivo di personalità della società civile, affiancate da sottosegretari politici, in rappresentanza dei cinque partiti che sembrano destinati ad appoggiare il governo, il pentapartito di unità nazionale, formato da Pdl, Pd, Udc, Fli e Api.

E dopo 48 ore, dalla nomina di Monti a senatore a vita, lo schema di governo squisitamente tecnico si è consolidata. Regge perché la formula ha avuto l’avallo del Pd e questa è una novità rilevante. Anche se il profondo travaglio che divide il Pdl in queste ore, rende prematuro capire quale sarà l’orientamento finale. Per il momento lo schema preferito dal Pd resta il più accreditato. Già da giorni Pier Luigi Bersani ha informato chi di dovere che, se il governo Monti si farà, il Pd non intende indicare nomi di ministri e neppure, ma su questo si può trattare, di sottosegretari. Due sere fa se ne è parlato in una riunione del «caminetto» del Pd e due punti sono emersi senza equivoci: mai fianco a fianco, in una qualsiasi foto di gruppo, esponenti di primo piano del Pd ed omologhi berlusconiani. Come spiega con molta nettezza Rosy Bindi: «Noi non vogliamo andare al governo, se non passando dalla porta principale, quella delle elezioni». Una linea che trova compatte maggioranza e minoranza del Pd, come ha spiegato ieri, durante una assemblea dei senatori, il veltroniano Giorgio Tonini: «Il Pd deve sostenere l’esecutivo Monti senza avarizia e anche con orgoglio ma senza dare la sensazione che noi vogliamo andare al governo, perché questo non è un esecutivo di coalizione, ma somiglia semmai alle convegenze parallele».

Certo, lo schema del «governo del Presidente», di soli tecnici, potrebbe saltare se l’implosione del Pdl, spingesse il partito di Berlusconi a chiedere dei presidi nel governo per fugare il senso della disfatta. Oppure se le pressioni dei più vogliosi di entrare, Franco Frattini e Raffaele Fitto, aprissero una falla dietro la quale si potrebbe formare una fila di pretendenti. Scherzava ma non troppo Giorgio Stracquadanio: «Accidenti, Frattini non ha fatto in tempo a togliersi il vestito blu da ministro di Berlusconi e ha già indossato il completo da ministro di Monti!». Ieri sera le «voci di dentro» del Pdl accreditavano un Berlusconi portato a sottoscrivere il governo del Presidente, proprio per evitare una rissa tra papabili ministri.

E dunque sono ancora appesi per aria i colloqui, che pur sono in corso, per sondare i singoli candidati. Con qualche eccezione. Giuliano Amato quasi certamente entrerà a far parte del governo Monti. Ma paradossalmente l’esperienza e la versatilità di Amato che ne fa – a parere pressoché unanime – un fuoriclasse nei principali ruoli di governo, lo rende plausibile in almeno tre caselle: il ministero degli Esteri, quello dell’Interno e quello dell’Economia. Per il dicastero più delicato, quello che somma Tesoro e Finanze, circolano molte ipotesi: un interim a Monti, una chiamata da Bankitalia per il direttore generale Fabrizio Saccomanni; un incarico assegnato ad un banchiere, Corrado Passera o Domenico Siniscalco, che ha già ricoperto l’incarico nel secondo governo Berlusconi. Per la Difesa, i nomi che circolano sono di personaggi che nel passato hanno vestito la divisa: Rolando Mosca Moschini e Vincenzo Camporini. Delicatissima la scelta del ministro di Grazia e Giustizia, dove andrà un tecnico non sgradito al centrodestra. Escluso l’attuale Guardasigilli Nitto Palma, circolano i nomi di Cesare Mirabelli e Piero Capotosti.

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