IL GENERALE PETROLIO NON LAVORA PER L’IRAQ

23 Agosto 2002, di Redazione Wall Street Italia


Le cassette tv sulle “attività” di Al Qaida hanno provocato martedì un rialzo del prezzo del greggio a oltre 30 dollari. La punta più alta degli ultimi 18 mesi.

Alcuni settori del mercato hanno collegato “cassette” e imminenza di un’offensiva militare americana contro l’Iraq, con conseguenti possibili interruzioni delle forniture dall’area del Golfo. E hanno così puntato al rialzo dei prezzi.

Ma il brent non è rimasto per molto sopra i 30 dollari: a Londra, è sceso sotto i 27, mentre sul mercato americano i contratti a termine per ottobre (i più sensibili ai segnali di tensione) hanno registrato quotazioni di 28,40 dollari il barile.

Al ridimensionamento dei prezzi del petrolio ha contribuito in modo decisivo la notizia che le scorte di greggio americane sono in aumento, nonostante il maggior consumo stagionale di benzina.

La stagnazione contribuisce significativamente ad attenuare la minaccia di una connessione tra caro petrolio e guerra nel Golfo.

Anche il ricordo della brevità della guerra in Afghanistan fa considerare che, dato l’eccesso di scorte, non vi sarà tempo per registrare tensioni nell’offerta provocate da interruzioni materiali di rifornimenti, provocate dall’eventuale conflitto.

Vi sono anche altre ragioni per cui il mercato del petrolio non reagisce come nel passato. Il cartello Opec non è monolitico e in grado di decidere efficaci riduzioni di offerta. Anche nel mondo arabo sono in molti a valutare con preoccupazione quanto il terrorismo danneggi le attività economiche.

La novità più consistente è, poi, quella costituita dalla Russia che sta intrecciando rapporti di collaborazione nel settore petrolifero con vari paesi del Golfo, incluso l’Iraq.

E mantiene insieme un atteggiamento non ostile verso la strategia militare degli Stati Uniti. Mosca vorrebbe espandere la sua presenza anche ai giacimenti mediorientali e chiede di valorizzare le risorse del Caspio. In cambio di questi obiettivi pare pronta a garantire l’afflusso di più petrolio e gas a Europa e Stati Uniti in caso di crisi.

Il “generale petrolio”, dunque, non sembra proprio in grado di determinare le scelte politico-militari verso l’Iraq. La storia non si ripete. Neanche per il barile.



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