IL G7, IN SEGRETO, LITIGA SU DOLLARO, ENERGIA E…

10 Luglio 2001, di Redazione Wall Street Italia

Il dollaro troppo caro, energia, rapporti USA/UE: al di là delle dichiarazioni ufficiali, gli analisti interpellati da Wall Street Italia sono convinti che a Roma lo scorso week-end i grandi del G7 si siano scontrati principalmente su questi tre punti, a pochi giorni dalla riunione genovese del G8.

“Il dollaro troppo forte è un problema fondamentale – dice Roberto Mihalich, analista di Ubm – e tutti avrebbero intenzione di indebolirlo, ma una cosa è desiderare, altra è fare i conti con una realtà economica internazionale che lascia pochi margini di manovra”.

Gli industriali americani già dallo scorso maggio premono per un deprezzamento del biglietto verde pari al 10-20%, consapevoli che se le merci americane costano troppo, le esportazioni ne soffrono, con ampie ricadute sul tessuto sociale ed economico del paese. Per l’Europa, il dollaro forte significa maggiore inflazione importata visto che petrolio e gas sono pagati in dollari.

“Ma per un dollaro che si deprezza – osserva Mihalich – c’è un’altra valuta che si deve apprezzare: e qual è quella valuta in grado di sostenere una crescita senza danni per l’economia che sottende? Non ce n’è. Si rischiano danni peggiori di quelli provocati dal dollaro forte. Inoltre non è detto che l’economia USA cresca di più con una valuta più debole: quell’economia è basata su consumi e investimenti, più che sulle esportazioni”.

Forse, riflette Sergio Lugaresi, analista di Banca di Roma, “l’euro è l’unica moneta che può permettersi una rivalutazione, sia pure non in tempi brevi: l’economia della zona euro non è di fatto un’economia aperta; ne soffrirebbe un po’ la Germania, questo è vero, ma sarebbe importante rimettere in moto la capacità di crescita della domanda internazionale”.

I sette grandi della terra (USA, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada) devono insomma trovare la strada per uscire dalla trappola del super-dollaro, e cadenzare le diverse tappe.

“Del resto – dice Gianluigi Mandruzzato, analista di Comit, al di là delle lamentele, ci sono paesi che rischierebbero di soccombere con un dollaro meno forte di adesso. Penso al Giappone, cui il dollaro forte fa comodo per agevolare l’export. Senza l’export la situazione del Sol Levante sarebbe ancora più critica”.

Anche la Banca Centrale Europea, da una parte, sarebbe contenta se il biglietto verde perdesse un po’ del suo valore, perché così, spiega Mandruzzato, importerebbe minore inflazione; “ma del resto un euro rafforzato a scapito del dollaro produrrebbe un rallentamento della crescita, e anche questo comporta rischi”.

Un altro tema sul tappeto del G7, secondo gli analisti, è stato probabilmente quello dell’energia.

Dice Lugaresi: “la crisi è più evidente negli USA, in Europa arriverà certamente tra breve. Di fatto c’è un aumento della domanda e un’offerta che non sta al passo. I grandi sanno di dover intervenire perché i prezzi dell’energia non arrivino alle stelle. La questione – aggiunge l’analista – non sta solo nei costi per gli investimenti, ma anche nel fatto che alcuni tipi di energia sono inquinanti, come il carbone, altri come il nucleare incontrano l’opposizione di interi paesi o di ampi settori della popolazione mondiale”.
L’analista ritiene che una delle possibili mosse del G7 sia l’allentamento degli accordi di Kyoto con i quali si intendeva diminuire l’inquinamento atmosferico da anidride carbonica.

Mihalich mette l’accento su un altro tema aperto tra i grandi, che oppone l’America ad alcuni altri paesi aderenti al G7: “c’è frizione tra Washington e Bruxelles, e i grandi sanno che la faccenda va risolta”, dice l’analista di Ubm.

Le polemiche tra le due sponde dell’Atlantico si sono intensificate dopo il no del commissario europeo alla concorrenza Mario Monti alla fusione da $43 miliardi tra General Electric (GE – Nyse) e Honeywell (HON – Nyse). Alla stessa riunione del G7 ne ha fatto cenno esplicitamente il segretario al Tesoro americano Paul O’Neill, il quale ha anche paventato possibili ritorsioni da parte americana, magari sulle importazioni di acciaio dall’Europa.