IL FRONTE DEI SOLDI

26 Marzo 2003, di Redazione Wall Street Italia

Per la guerra contro Saddam Hussein, il presidente Bush ha proposto al Congresso degli Stati Uniti uno stanziamento sul bilancio di quest’anno pari a 74,4 miliardi di dollari.

Alla campagna militare vera e propria andranno 63 miliardi. Altri 4 serviranno per migliorare i sistemi di sicurezza e di prevenzione degli attentati. I restanti 8 si trasformeranno in aiuti internazionali: il 60 per cento per i paesi vicini all’Iraq, come Giordania e Israele che “danno un sostegno” agli alleati e subiscono danni dal conflitto; il resto per la popolazione irachena.

I costi della ricostruzione ancora non figurano perché si sta, appunto, parlando del bilancio 2003. Un’altra spesa consistente infatti dovrà essere posta sul bilancio del 2004, quando presumibilmente l’Iraq sarà stato restituito alla vita civile, in regime democratico: e, accanto alle spese temporanee per il periodo di occupazione e quelle, di maggior durata, per la sicurezza, vi saranno contributi umanitari e sovvenzioni per le infrastrutture economiche e sociali. Con ogni probabilità, la cifra complessiva supererà, nel biennio, i 100 miliardi di dollari.

Se i 74,4 miliardi chiesti da Bush al Congresso fossero finanziati tutti con debito pubblico il deficit previsto nel bilancio federale in corso salirebbe a 400 miliardi di dollari, pari al quattro per cento circa del prodotto interno lordo. Bush aveva già proposto un programma di tagli fiscali pari a 726 miliardi di dollari in un decennio. Ma la situazione è cambiata e c’è motivo di ritenere che una quota verrà tagliata o fatta slittare nel tempo, perché il disavanzo che si profila preoccupa sia i democratici che i repubblicani.

Una parte dei soldi recuperati potrebbe servire come motore per l’economia americana il cui andamento, già prima del conflitto, era fiacco, in quanto il ciclo dei nuovi investimenti tecnologici tarda a manifestarsi e i consumi subiscono le conseguenze delle perdite di Borsa. Un’altra fetta notevole sarà impiegata fuori degli Usa e si tradurrà in una maggiore domanda internazionale.

Certo, i contribuenti americani dovranno rinunciare a benefici immediati, ma la modifica voluta da Bush darà impulso ai mercati globali.

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