IL FIENO DEL DOLLARO

19 Giugno 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Dice un proverbio cinese che un cavallo non diventa grasso senza rubare il fieno agli altri. Nonostante dica che “la Cina ha bisogno degli Stati Uniti e gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina”, il vicepremier Wang Qishan sembra avere un piano semplice e preciso per accrescere le fortune economiche del suo paese: rubare più fieno possibile al cavallo americano.

I toni amichevoli e un viatico fatto di trenta accordi commerciali tra grandi aziende dell’una e dell’altra parte e l’annuncio di accordi bilaterali su energia e ambiente potrebbero ingannare: in realtà il vertice sinoamericano che si è aperto ieri ad Annapolis, nel Maryland, sotto la guida del segretario al Tesoro, Henry Paulson, potrebbe essere quello del sempre più probabile raffreddamento tra Cina e Stati Uniti.

Senza mai essere diventati alleati, i due paesi hanno tentato negli ultimi anni un riavvicinamento, dettato anche dalla voglia di Washington di non pagare le conseguenze della crescita economica cinese e di normalizzare il vantaggio monetario di Pechino, che senza scambiarlo sui mercati tiene artificiosamente basso il valore dello yuan. Tre sessioni semestrali di negoziato bilaterale non hanno però appianato le divergenze, nonostante Paulson, alla vigilia del vertice, abbia ricordato ai giornalisti di essere riuscito a strappare un apprezzamento della valuta cinese del 20 per cento in tre anni. Per l’economia americana, però, potrebbe essere troppo poco e troppo tardi.

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Paulson, mostrando di saperlo, ha chiarito che al centro della nuova sessione (la quarta) del negoziato strategico ci sarà la questione delle ingenti scorte petrolifere cinesi: a Washington vorrebbero sapere come Pechino intenda gestirle in futuro.

La questione non è di poco conto. Gli americani (e non soltanto loro) temono che la politica di accumulo di petrolio portata avanti dalle autorità cinesi nasconda l’obiettivo di voler incidere sulle quotazioni del greggio e chiedono a Pechino di essere chiara, magari dicendo che le riserve strategiche del paese servono soltanto a garantire continuità ai rifornimenti.

Difficilmente, però, il vicepremier cinese farà chiarezza su questo punto. Forte di una crescita economica ancora solida, la Cina si trova per la prima volta a trattare con un’America in difficoltà, seppure non in recessione, e ha intenzione di approfittarne. Se la preoccupazione americana è legata al ruolo di Pechino (principale importatore dopo Washington) sul mercato petrolifero, quella dei cinesi ha invece origine proprio nell’attuale debolezza del sistema economico statunitense.

Le riserve della Banca centrale cinese, principalmente in dollari, hanno perso consistenza via via che la valuta americana si deprezzava sui mercati, tanto da scatenare i commenti tutt’altro che amichevoli di un alto funzionario dell’autorità di controllo sul sistema bancario cinese e dell’inviato di Pechino all’Organizzazione mondiale del commercio. Entrambi hanno recentemente accusato Washington di “irresponsabilità” per aver scatenato la crisi dei mutui subprime e per aver permesso una così rapida svalutazione del dollaro. “E’ colpa dell’America se ora i prezzi di derrate e petrolio sono così elevati”, è stata la conclusione del diplomatico cinese.

La strategia di Wang partirà da queste dichiarazioni: il vicepremier punterà sulla debolezza dell’economia statunitense (che penalizza anche Pechino) per respingere le richieste di Paulson e ottenere una riduzione della resistenza che Washington continua a opporre ai prodotti e ai capitali cinesi.


I dati, in questo senso, parlano chiaro: lo scorso anno, complice il crollo delle quotazioni del dollaro, l’export americano verso la Cina è aumentato del 20 per cento rispetto ai dodici mesi precedenti, quello cinese verso gli Stati Uniti soltanto del dieci. Le barriere ci sono e non riguardano soltanto le merci. Il Financial Times ha rivelato che la Federal Reserve avrebbe provvisoriamente negato alle due maggiori banche cinesi di aprire una succursale americana.


In particolare, la Banca industriale e commerciale cinese non avrebbe chiarito a sufficienza il ruolo del suo principale azionista, un fondo di investimento controllato dal governo di Pechino. Per i cinesi si tratta di “un giochetto per avere un’arma ad Annapolis” che potrebbe inasprire ulteriormente i rapporti bilaterali, già tesi per le recenti prese di posizione di Pechino sul nucleare iraniano e sull’allargamento della Nato (in accordo con Mosca). Per Paulson, “l’importante è continuare a parlarci”. Tutto sta a capire se qualcuno lo ascolterà.

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