IL DUBBIO: CAPITANO CORAGGIOSO O RAIDER CORSARO?

23 Agosto 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Quando debuttò, nel 1999, al Meeting di Comunione e Liberazione, Roberto Colaninno, allora presidente di Telecom Italia, partecipò a un convegno dal titolo «il capitalismo italiano: chi si trasforma e chi fugge». Dopo cinque anni torna a Rimini da proprietario di Piaggio e Aprilia e, oggi come allora, detrattori e sostenitori lo collocano alternativamente nelle due categorie. Di certo è tornato al centro delle attenzioni del mondo finanziario, e non solo quello.

Esattamente come ai tempi della conquista di Telecom Italia, ora tutti aspettano la sua prossima mossa. Chi si chiede come risolleverà il mondo delle due ruote italiano, chi ancora non crede che voglia fare l’imprenditore e non il raider; chi pur credendo alle sue intenzioni, lo ha già bollato come un ottimo conquistatore d’aziende e un pessimo amministratore. Infine, c’è chi non teme di rispolverare l’improvvida definizione del «capitano coraggioso», l’uomo nuovo del capitalismo italiano, addirittura l’unico con le carte in regola per affrontare l’emergenza nazionale del grande malato Fiat.

Molti dei giudizi (e pregiudizi) su Colaninno effettivamente servono solo a alimentare dibattiti oziosi o le «fantasie estive», come lui stesso ha definito il supposto ritorno di fiamma per il Lingotto – con l’avallo, questa volta, degli Agnelli – attribuitogli addirittura dal «Financial Times». Ma d’altronde è anche un po’ colpa sua: con l’uomo che si è inventato «la madre di tutte le Opa», pensare in piccolo oggi significa scoprirsi spiazzati domani, per questo solo lui può far cessare il tam tam delle illazioni iniziando a dare qualche risposta sul futuro.

Anche quelle più semplici: domani, quando si troverà a parlare di motociclette di fronte ai giovani di Comunione Liberazione a Rimini, avrà la conferma di quale enorme avventura sia diventare proprietario di un pezzo (ora più d’uno) di storia italiana.

A Rimini non si parlerà tanto di finanza, ma di miti: la Vespa, ma anche l’Aprilia, la Moto Guzzi e la Laverda. Nomi dal grande passato e dall’incerto futuro, un futuro ora responsabilità di Colaninno e dei suoi collaboratori. Dare risposte convincenti permetterebbe di sfruttare al meglio la vetrina personale e trasformarla in una sapiente mossa di marketing (oltre la metà dei visitatori del Meeting ha meno di 40 anni, target principe per le due ruote). Poi però bisognerà trovare altre occasioni per parlare più concretamente d’industria.

Con l’acquisizione di Aprilia in via di perfezionamento, Colaninno è ora a capo di un gruppo industriale di tutto rispetto: il quarto al mondo nelle due ruote, il primo non giapponese, un miliardo e mezzo di fatturato, con oltre 6.000 dipendenti, 8 siti produttivi per 600 mila veicoli all’anno. Un gruppo globale, insomma, che produce moto in Spagna (marchio Derbi), ma anche in India, dove Piaggio è presente con uno stabilimento per la produzione di veicoli a tre ruote, e soprattutto in Cina, paese in cui l’azienda di Pontedera ha di recente “rinverdito” una joint venture per la produzione di 300.000 veicoli, che sarà a regime nel 2005.

Ma sono numeri che dicono poco, è una somma decisamente poco indicativa di due gruppi (Piaggio e Aprilia) concorrenti, con gamme prodotti e organizzazioni produttive per molti versi sovrapposte e inefficienti. Basta guardare ai dubbi, alle rimostranze preventive che arrivano dal fronte sindacale per capire come il timore diffuso è che il prezzo della ristrutturazione sia veramente alto. La Fiom, temendo tagli all’occupazione, ha già minacciato la mobilitazione. D’altronde non ci si può nascondere che Colaninno ha acquisito due grandi aziende in difficoltà, entrambe sul punto di essere soffocate dai debiti. L’impresa di sommare due debolezze e trasformarle in un un’unica forza non è impossibile, ma nemmeno garantita in partenza.

La cura della nuova gestione su Piaggio sta avendo effetti positivi e con una velocità sorprendente, tanto che già il 2004 si dovrebbe chiudere in utile, quando lo stesso ad, Rocco Sabelli, aveva inizialmente puntato al pareggio. In realtà è presto per dare un giudizio: troppo volatile il mercato di riferimento, troppo poco il tempo trascorso dall’arrivo del nuovo socio.

Tra gli operatori finanziari, dove peraltro Colaninno ha molti estimatori, si fa notare che finora la strategia usata per le acquisizioni ha comportato esborsi relativamente bassi per la holding quotata di Colaninno, la Immsi, grazie alla trasformazione in azioni dei crediti delle banche via via coinvolte.

Questo meccanismo ha due controindicazioni: crea delle situazioni societarie abbastanza ingarbugliate (le società operative sono sovrastate da catene più o meno lunghe di scatole cinesi) e non danno la sicurezza che in caso di ulteriore necessità ci sarà un rapido afflusso di capitali alle aziende ancora pesantemente indebitate (come dimostra la posizione finanziaria della stessa Immsi che è negativa per oltre 400 milioni di euro). Una diffidenza che si ripercuote sulla capitalizzazione di Immsi, in crescita, ma ancora molto bassa rispetto agli asset che controlla direttamente o indirettamente.

Insomma la sfida delle due ruote si presenta per Colaninno estremamente dura di per sé, senza andare a scomodare i guai, ben più grossi della Fiat. Poi se la vecchia regola per cui «i manager che hanno fatto bene in Piaggio finiscono alla Fiat» sarà riesumata proprio per Colaninno, sarà solo l’ennesima contraddizione nella storia di un uomo finora conosciuto per la sua capacità di rompere con le tradizioni piuttosto che di riaffermarle.

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