IL DOPO TREMONTI: UNA SOLUZIONE ISTITUZIONALE

4 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Come ha scritto ieri Massimo Franco su queste colonne, l’allontanamento di Giulio Tremonti dal governo è maturato in un clima di «irresponsabilità nazionale» che lascia perplessi e inquieti. Potevano esserci legittime ragioni per criticare la linea di politica economica seguita dal più importante ministro del governo, ma la decisione di affossarlo alla vigilia dell’Ecofin in cui devono essere vagliati i conti del Paese ha il sapore di un gesto autolesionistico che rischia di danneggiare l’immagine dell’Italia. Può darsi che non sia così e saremo i primi a rallegrarcene.

Ma il clima caotico in cui è avvenuta la caduta del ministro dell’Economia; le accuse gravissime circa i «conti truccati»; il senso drammatico di incertezza all’interno di una coalizione in cui è cambiato in modo clamoroso l’asse politico: tutto questo pone interrogativi che hanno bisogno di risposte chiare e veloci. Per le quali non bastano certo le parole accorate e quasi apologetiche con cui Berlusconi ha parlato del suo ex ministro, tanto da autorizzare il quesito: e allora perché non lo ha difeso?

Il principale interrogativo riguarda proprio il nome del successore di Tremonti. L’ interim dell’Economia al premier è con ogni evidenza una soluzione debole e del tutto provvisoria. Significa che un presidente del Consiglio reso fragile dal risultato elettorale e dalle convulsioni nella sua maggioranza si trova a dover tamponare in prima persona la crisi, spiegando all’Europa il senso della manovra cui siamo costretti per contenere le spese.

E’ interesse di tutti, a cominciare da Berlusconi, che questa transizione duri il più breve tempo possibile. Ma è nell’interesse del Paese e della sua credibilità internazionale che la scelta del nuovo ministro avvenga nel rispetto di certi criteri di autorevolezza e di competenza. In altri termini, è essenziale che non vada sprecata l’occasione di dare all’Italia un grande rappresentante dei suoi interessi in Europa nonché una personalità che sul piano interno sia in grado di dire i «no» necessari a salvaguardia del bilancio pubblico.

Programma troppo ambizioso? Forse sì, se si giudica dalla recente notte dei lunghi coltelli di Palazzo Grazioli. O forse no, se si guarda alla convenienza della stessa maggioranza di centrodestra. Il governo Berlusconi è snervato e a serio rischio di collasso interno, fotografia impietosa dell’impotenza in cui versa il bipolarismo all’italiana.

Un colpo d’ala che porti a Roma, in via XX Settembre, una figura leale alle istituzioni ma autonoma dai partiti, e con un forte tratto di indipendenza intellettuale, sarebbe probabilmente la mossa più coraggiosa per garantire insieme la vita del governo e la salute della finanza statale. E magari anche per ritrovare un po’ di rispetto reciproco fra maggioranza e opposizione in Parlamento, dove non pochi provvedimenti ne trarrebbero beneficio: a cominciare dalla legge sul risparmio.

Potremmo chiamarla una soluzione istituzionale nel senso migliore e non ambiguo del termine: perché non è tempo di governi tecnici, bensì di buone scelte nell’interesse generale del Paese. Inutile dire che il nome di Mario Monti, commissario europeo uscente (e rientrante, nelle speranze di molti), risponde all’insieme di queste esigenze. La sua nomina al ministero dell’Economia sarebbe un segnale positivo e innovativo da parte della classe politica. Ragion per cui è meglio essere scettici sulla conclusione della vicenda. Ma sperare è lecito, fino all’ultimo.

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