IL DOLLARO SOFFRE.
SI RIFARA’

22 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Il dollaro è in discesa rispetto all’euro, che è così tornato a 1,26 dollari. Non siamo lontani da quota “1,30”: il che determina qualche preoccupazione per il commercio estero dell’Unione europea e può essere, in aggiunta al caro petrolio, un fattore depressivo per una crescita economica che la nostra area sta solo ora cominciando a sperimentare. Dunque analizzare i perché della flessione del dollaro interessa a noi, quanto agli americani.

Il deficit commerciale statunitense viaggia sui 55 miliardi di dollari mensili (il 6 per cento del prodotto lordo, l’1 per cento in più rispetto al 2003). Di solito questo deficit viene più che compensato dal flusso d’investimenti esteri negli Stati Uniti, che in gran parte sono impieghi di capitali in azioni, nel reddito fisso e in banca, cioè investimenti di portafoglio (gli investimenti diretti di stranieri, in imprese di loro proprietà negli Stati Uniti, per quanto in valore assoluto importanti, sono una quota secondaria rispetto al resto dell’enorme fiume di denaro).

Ma il flusso degli investimenti esteri di portafoglio in America è sceso da 63 miliardi in luglio a 59 in agosto. Non è molto ma è un segnale d’allarme, anche perché altre voci della bilancia dei pagamenti americani, come il turismo, sono passive.

Circola la tesi che la Fed voglia tenere basso il dollaro per rilanciare l’economia statunitense. Ma simili “rumor” si basano su un ragionamento errato, cioè che un eventuale aumento del tasso di interesse fatto dalla Fed dopo le elezioni, genererebbe una depressione del dollaro. Ma l’aumento ci sarà se la Fed riterrà che il trend di crescita dell’economia americana s’è consolidato; quindi il probabile ritocco dei tassi servirà a evitare strattoni e a prolungare la crescita.

La Borsa offrirà prospettive più sicure, anche se al momento meno euforiche, e il maggior tasso accrescerà il flusso di denaro verso i titoli a reddito fisso e verso le banche. In particolare ciò può attirare i flussi di petrodollari che si stanno accumulando presso produttori e intermediari. Dunque, ci saranno momentanei picchi dell’euro sul dollaro, ma non potranno durare, salvo che la Banca europea ci metta del suo per sorreggerlo a quota 130 e oltre.

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