IL DOLLARO
INIZIA A FAR MALE

18 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana.

(WSI) – Il declino del dollaro rispetto all’euro ha raggiunto una soglia tale da far ritenere prossima una reazione delle autorità politiche e monetarie europee. Infatti ieri il biglietto verde ha sfondato la barriera di 1,30 rispetto all’euro e ha quindi stabilito un nuovo minimo storico nei confronti della moneta unica europea e il minimo degli ultimi 8 anni e mezzo rispetto al franco svizzero. Ha quindi raggiunto livelli che cominciano a «far male» ad un’economia europea già in forte rallentamento.

E infatti gli ultimi dati sulla crescita di Eurolandia hanno, ad esempio, messo in evidenza che la miserrima crescita tedesca dello 0,1% nel terzo trimestre di quest’anno è il frutto di un calo delle esportazioni non compensato da un aumento della domanda interna. Questi dati hanno mostrato che l’Europa non sembra in grado di cogliere i vantaggi dell’indebolimento del dollaro (minor costo delle materie prime e soprattutto del petrolio; e riduzione dei tassi di interesse a lungo termine), ma di avvertirne soprattutto l’impatto negativo sulla competitività dell’export.

È quindi facilmente prevedibile che la prima e più facile reazione europea sarà quella di sfruttare il vertice dei G20, che si aprirà domani a Berlino, per cercare di avviare una discussione con le autorità americane e giapponesi su tempi ed entità dell’indebolimento del dollaro. I risultati di queste discussioni saranno pressoché nulli, ad eccezione di un invito alle autorità cinesi di accelerare i tempi della rivalutazione del renminbi (la valuta cinese) attualmente agganciato con un tasso di cambio fisso al dollaro.

La rivalutazione della moneta cinese, che tutto induce a ritenere verrà attuata da Pechino l’anno prossimo, non basterà comunque a risolvere i problemi che oggi sono alla radice della debolezza del dollaro. In altri termini, sebbene appaia indispensabile un accordo simile a quello del Plaza del 1985, in base al quale europei, americani e giapponesi concordarono un deprezzamento del dollaro di circa il 30% per risanare il problema posto dal deficit della bilancia commerciale americana, oggi le condizioni economiche e l’entità degli squilibri dell’economia mondiale sono tali da rendere problematica qualsiasi intesa.

Infatti, allora europei e giapponesi accettarono la rivalutazione delle loro monete, poiché le loro economie erano in forte crescita e, quindi, in grado di sopportare gli effetti negativi di un calo del dollaro. Oggi, la situazione è completamente diversa: sia in Eurolandia sia in Giappone la ripresa è debole e fortemente dipendente dall’export.

Inoltre, l’entità del deficit statunitense è nettamente superiore a quello degli anni Ottanta e soprattutto il disavanzo statunitense appare meno elastico alle variazioni del tasso di cambio, come dimostra il fatto che la flessione del dollaro, in corso da tempo, non si è ancora tradotta in un miglioramento della bilancia commerciale americana. Ma c’è di più. Allora l’economia mondiale equivaleva sostanzialmente a quello che noi chiamiamo abitualmente «l’Occidente», ossia l’Europa Occidentale, l’America del Nord e il Giappone.

Oggi, il quadro internazionale è molto diverso. Stanno emergendo potenze economiche, come Cina ed India, che non sono assolutamente disposte a piegarsi di fronte ai voleri dell’Occidente. Per essere più concreti, la Cina non è sicuramente disposta a ripetere le gesta del Giappone che negli anni Ottanta si sobbarcò gran parte del peso del riaggiustamento statunitense lasciando salire in modo esponenziale il tasso di cambio dello yen, pagandone però successivamente un prezzo salato, ossia una crisi decennale da cui il paese non si è ancora completamente risollevato.

In altri termini, la debolezza della ripresa europea e giapponese, da un canto, e l’indisponibilità di Cina ed India di mettere in pericolo il loro boom economico, dall’altro, rendono oggettivamente scarse le possibilità di un riassorbimento graduale degli squilibri americani attraverso un ordinato calo del dollaro. Perciò per le autorità politiche e monetarie europee, che finora hanno tentato di scongiurare un’ulteriore flessione del biglietto verde attraverso degli interventi verbali, si avvicina il momento delle scelte.

Esse possono essere di varia natura: interventi sui mercati dei cambi, come quelli attuati ripetutamente dalla banca centrale giapponese, e/o interventi sui tassi di interesse (infatti si ventila la possibilità che la Banca centrale europea possa ridurre i tassi). E’ comunque certo che il dollaro si sta avvicinando ad una soglia che renderà inevitabile una reazione europea.

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