Il destino delle “reti”

20 Febbraio 2018, di Luciano Martinoli

Un recente articolo del Wall Street Journal evidenzia le caratteristiche comuni delle “reti”, tecnologiche e non, da un punto di vista storico. Il parallelo è affascinante: Facebook, come l’Unione Sovietica o quella Europea, usando una nuova tecnologia si proponeva come struttura aperta e non gerarchica per distribuire potere. Dopo poco si è trasformata in una gerarchia verticale capace di disseminare informazione e propaganda accentrando quel potere che voleva dare a tutti. È evidente che qui la tecnologia non c’entra, come giustamente riporta l’articolo del Wall Street Journal che riporta alcune tesi del libro di Niall Ferguson “The Square and the Tower: Networks and Power, From the Freemasons to Facebook“.

E non si parla solo di Facebook ovviamente: stesso destino hanno avuto YouTube e altri social network.

La risposta a questa inevitabile deriva è, a detta dell’autore dell’articolo, tanto semplice quanto dimenticata: anche quando nuove tecnologie appaiono all’orizzonte, siamo sempre noi umani che le utilizziamo!

Lo facciamo usando ciò che abbiamo in testa, le nostre visioni del mondo, le nostre “risorse cognitive”, e se queste sono povere il risultato sarà una povera e banale implementazione della tecnologia, fosse anche la più potente mai vista al mondo.

Ecco perché, ancora una volta, una tecnologia non può essere una strategia: è l’uso che se ne intende fare che determinerà, nel caso delle aziende, un lungo e longevo successo o un temporaneo vantaggio destinato a scomparire.

Il dibattito mediatico nostrano però non si sofferma su questo aspetto, limitandosi alla amplificazione acritica di tutto ciò che è novità perpetuando il rovesciamento semantico del nuovo come “soluzione in cerca di problemi da risolvere”. Non se ne vede traccia infatti nei progetti aziendali, nelle politiche di sviluppo, tese a incentivare il nuovo qualsiasi cosa esso produca (es. Industry 4.0), e nell’attenzione della stampa. Fino a scoprire troppo tardi, come nel caso di Facebook, che la montagna ha generato il solito già visto topolino (a beneficio di Zuckerberg e pochi altri e a danno della comunità).

Vi è un modo per tutelarsi e scongiurare tali pericoli? Certamente, basta dotarsi di “punti di vista” diversi e farsi, e fare, delle domande senza accettare acriticamente ciò che si vuole far passare. Basterà e sarà “virale” come l’affermazione della famosa favola: “ehi, ma Il Re è nudo!”