IL DECLINO
DELL’AMERICA
DI BUSH

5 Maggio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Il presidente Bush ha dichiarato la vittoria in Iraq e ora ha lanciato una massiccia campagna per convincerci che con la stessa efficacia può sconfiggere il malessere economico abbattutosi sul nostro paese da quando è stato eletto nel 2000. L’economia è debole non per mancanza di capitali d’investimento ma semplicemente perché le aziende non lavorano a pieno ritmo. Oltre il 70% della nostra economia dipende dai molti milioni di consumatori americani.

Ma le loro risorse continuano a essere saccheggiate dalla disoccupazione e dai debiti accumulati con le carte di credito. In due anni il governo federale è passato dal più grande avanzo di bilancio della nostra storia a centinaia di miliardi di dollari di disavanzo annuo. Allo stesso tempo stati, città e contee si apprestano a vivere la peggiore crisi finanziaria dalla Grande Depressione con un previsione di deficit per il prossimo anno di 100 miliardi di dollari. Ciò comporterà un incremento delle tasse locali, cioè un altro pugno ben assestato allo stomaco già dolente della nostra economia in declino.

A tutto questo il presidente risponde così: “niente paura, c’è un rimedio semplice e sicuro: enormi tagli fiscali, in particolare a beneficio dei già ricchi investitori i quali investiranno enormi risorse nell’economia e l’economia crescerà come per magia”. Infatti la chiamiamo la “magia della supply-side”. Già sentito? Direi proprio di sì.

Se la sentissimo per la prima volta questa argomentazione sorprendentemente semplicistica potrebbe anche avere un suo fascino, ma per quanti di noi ricordano gli anni di Reagan quando la “magia” fu introdotta per la prima volta e ricordano il disastro fiscale ed economico che produsse, è difficile credere che il presidente pensi davvero che ci si possa prendere in giro ancora una volta. Suo padre la sapeva più lunga: venti anni fa definì l’idea “economia vudù” e aveva perfettamente ragione.

Dopo che nel 1982 il presidente Reagan aveva convinto i Democratici del Congresso ad accettare il più grosso taglio alle tasse della storia, per lo più a vantaggio dei ricchi, David Stockman, all’epoca guru fiscale del presidente Reagan, e il suo collega Richard Darman, assistente del presidente Reagan, dissero che si trattava di un disastroso errore. Dopo di allora, il deficit e il caos fiscale prodotti dagli enormi tagli alle tasse, costrinsero il presidente Reagan ad aumentare le imposte sul reddito in sei differenti occasioni, ivi compreso il più grande aumento delle imposte nella storia americana che ebbe luogo nel 1983 nel tentativo di sfuggire alla maledizione del vudù. Sia il primo presidente Bush che il presidente Clinton furono costretti ad aumentare le imposte sul reddito in misura significativa per porre mano al tragico deficit determinato in parte dalla “ingenua” illusione chiamata “supply-side”.

Finalmente durante il secondo mandato del presidente Clinton il paese aveva recuperato l’equilibrio dei conti pubblici e prodotto il più grosso avanzo di bilancio della nostra storia proprio un mese prima dell’elezione del secondo presidente Bush.

Poi nel 2001 l’attuale presidente Bush e una dozzina circa di Democratici del Senato con uno scarso senso della Storia, furono nuovamente incantati dal vudù e una volta ancora decisero di tagliare le tasse sul reddito per lo più a beneficio dei ricchi, questa volta per un importo pari a circa 1.400 milioni di dollari. Oggi, ad appena due anni di distanza, siamo di nuovo impantanati in una pericolosa crisi economica e fiscale.

Non c’è qualcosa di terribilmente sbagliato in questo quadro?

Lasciamo perdere la “magia” e cerchiamo di seguire una politica economica che abbia un senso. Niente nuovi tagli fiscali e rinviare quelli decisi nel 2001 e non ancora realizzati ovvero suddividerli in due parti: agevolazioni fiscali a beneficio dei lavoratori americani che spenderanno la maggior quantità di reddito disponibile perché ne hanno necessità e quindi in tal modo rilanceranno l’economia e, secondo aspetto, aiuti agli Stati e ai governi locali per evitare miliardi di dollari di aumenti delle tasse a livello locale.

Apparentemente non abbiamo imparato ad evitare le guerre: vediamo di non aggiungere a questa tragedia l’incapacità di trarre i giusti insegnamenti dai nostri più tragici errori economici e fiscali.

Saremmo condannati a morte sia dall’incapacità di guardare il futuro che dall’incapacità di guardare il passato.

*Mario Cuomo e’ stato governatore dello stato di New York per tre mandati

© IPS
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

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