Il conto della Grande Crisi: perse 13.000 aziende

24 Ottobre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – I numeri della Grande Crisi (2008-2013) spiegano più di mille parole che cosa ha perso e che cosa ha guadagnato il nostro Paese nei cinque anni che hanno rivoluzionato il commercio mondiale: l’industria – secondo i dati forniti dall’ufficio studi Cerved al Corriere della Sera – ha perso circa seimila aziende (vedi il grafico ) passando da un totale di 42mila alle attuali 36mila (-14,1%).

Peggio in proporzione ha fatto il settore delle costruzioni che è crollato del 22,4% con una diminuzione netta di 4.447 aziende (e quei caschi riversi a terra a piazza Affari sono lì a testimoniarlo). Non bene neanche il terziario che sconta una diminuzione di oltre 3.700 società. In dati aggregati, dal 2008, hanno chiuso in Italia 12.865 imprese.

Le poche note positive arrivano invece dal settore delle utility, carburanti ed energia per effetto di un processo di liberalizzazione. Soprattutto riparte – anche se i volumi sono comunque minimi – l’agricoltura, denotando un inatteso ritorno alle origini.

IL BOOM DEL BIOLOGICO – A prima impressione sembrerebbe la sconfitta del terziario e del post-terziario, come se la Grande Crisi avesse riavvolto il nastro a prima della società dei servizi. Una sorta di dietrofront che implicherebbe un ritorno alla terra, in realtà è una lettura fuorviante. Dice Enzo Baglieri, coordinatore del Bio Lab della scuola di direzione aziendale della Bocconi, che la crescita delle imprese agricole è da ascriversi al boom del biologico: «Nel settore si è ormai raggiunta una sofisticazione tecnologica tale da aver alzato al massimo l’asticella della produzione per numero di addetti, così le nuove aziende nate in questi ultimi anni – consapevoli di non poter competere con le grandi sui processi produttivi – hanno puntato su un mercato di nicchia come i prodotti biologici. Da qui la straordinaria vitalità del comparto, con la crescita anche dell’occupazione».

LA SELEZIONE DARWINIANA – Al netto dell’agricoltura i dati denotano una desertificazione del tessuto industriale – espressione rilanciata recentemente anche da Confindustria – tale da rilanciare per l’ennesima volta il teorema di una politica poco attenta ai problemi dei ceti produttivi. Dice Guido Romano, responsabile dell’ufficio Studi di Cerved, come la Grande Crisi ha operato in realtà una selezione darwiniana delle aziende, consentendo solo alle migliori (e quelle più patrimonializzate) di restare sul mercato: «E’ un processo naturale accelerato dal netto cambiamento di passo del commercio globale: restano in piedi le aziende che fanno export e che hanno come sbocco soprattutto i mercati emergenti, mentre chi è appeso alla domanda domestica rischia sempre più di pagare un conto salatissimo».

LA DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA – Qui un’altra sorpresa: a pagare il conto maggiore della crisi è soprattutto il Nord, mentre il tasso di mortalità delle imprese nel Mezzogiorno risulta più basso (meno 6%), ma per capire bisogna leggere in filigrana. Spiega Romano che «il Sud ha perso meno aziende perché già scontava prima della Crisi una bassissima penetrazione industriale, così è stato il Nord a pagare il prezzo peggiore». A ben vedere anche il «Centro Italia ha subito un arresto preoccupante per effetto del combinato disposto della crisi del terziario unita al crollo delle costruzioni (e delle società immobiliari). Così non resta che il biologico a riattivare i tessuti di un Paese a rischio encefalogramma piatto: ma basterà?

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