Il cibo è la nuova frontiera del lusso made in Italy

24 Dicembre 2014, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (WSI) – È il cibo di alta qualità la nuova frontiera del lusso italiano.

Secondo Luigi Consiglio, consulente di alcuni dei più grandi gruppi alimentari del nostro paese, si può tracciare un parallelo tra l’industria della moda degli Anni 80 e quella del cibo oggi.

Piccoli gruppi a conduzione familiare hanno una marcia in più rispetto alle grandi aziende oltreoceano più attrezzate, perché sono in grado di offrire prodotti di ottima qualità che altrove non sono facilmente reperibili.

“Non si tratta solo di vendere cibo, si tratta di vendere sogni”, racconta al Financial Times Consiglio.

Per Diego Selva, numero uno dell’investment banking presso Bank of America Merrill Lynch a Milano, il paragone più calzante è invece con l’industria dei beni di lusso.

“Fascino ed esclusività” sono le due parole chiave che le imprese alimentari hanno in comune con i gruppi di beni di lusso. I due settori si trovano a dover superare gli stessi ostacoli, una “distribuzione e presenza internazionale” di rispetto, degna del loro valore. “Devono costruirsela da soli”, dice Selva.

Le esportazioni di cibo italiano sono state pari a €27,4 miliardi nel 2013, in rialzo del 27% rispetto al 2007, l’altro anno andando indietro nel tempo in cui avevano registrato un altro picco. Lo dicono i dati del Censis.

Diverse aziende italiane del settore, come Ferrero e Barilla, hanno già dimostrato il loro valore e hanno saputo imporsi su scala globale. Stesso discorso vale per il gruppo Bolton, il secondo maggiore produttore di scatole di tonno al mondo.

Ma la nuova ondata di imprenditori del settore alimentare sta concetrando i propri sforzi nella biodiversità dell’Italia, nel suo arsenale di prodotti di qualità e nella grande varietà della sua cucina.

L’Italia ha 266 prodotti che hanno un’indicazione di origine controllata (etichette Doc e Docg), come per esempio il pesto ligure e il parmigiano reggiano. La Francia, al secondo posto, è ferma a 216.

Società come Giovanni Rana, che controlla ormai il 40% del mercato di pasta fatta in casa, o la catena di alimentari e ristoranti Eataly, possono vantare multipli pari a quelli delle migliori aziende del lusso italiano.

Nonostante la perdurante crisi delle economie occidentali, fatto salvo per Usa e Uk, le vendite di confezioni di pasta Giovanni Rana sono in rialzo del 20%. Il negozio newyorchese di Eataly, aperto solo da 4 anni, fattuerà €70 milioni quest’anno.
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Per espandere ulteriormente un gruppo che vanta oltre 20 rivenditori nel mondo, il fondatore Oscar Farinetti intende quotare Eataly a Piazza Affari l’anno prossimo.

Secondo Francesco Moccagatta, managing director di N+1 SYZ, una boutique sepcializzata nelle attività di fusione e acquisizione, il vantaggio concorrenziale delle società italiane è che sono ben posizionate per approfittare dei cambiamenti nelle abitudini di consumo dei cinesi.

Al contempo i gruppi come Eataly e Giovanni Rana possono contare sull’alta domanda da parte di europei e statunitensi per il cibo di qualità, con la classe media sempre più attenta al proprio benessere e al mangiare salutare.

“C’è maggiore potenzialità di crescita rispetto ai beni del lusso perché questo e un trend globale”, dice Moccagatta, che del settore se intende, avendo consigliato astutamente a due imprenditori turchi di comprare Pernigotti, gruppo di cioccolate e gelati in grado di generare 450 milioni di ricavi.

Per esempio, una borsa di Louis Vuitton costa 600 euro mentre un bel pezzo di buon prosciutto ne vale 30. “Oggi poi si può ordinare online qualsiasi cosa dovunque ci si trovi nel mondo. Internet offre una finestra di acquisti per il mondo”.

Fonte: Financial Times

(DaC)