IL CAVALIERE PALLIDO

11 Marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Questa maggioranza incerta e claudicante, questo governo costretto, ogni giorno, a fare i conti. Letteralmente, visto che su ogni materia sensibile, al Senato, rischia di non avere i numeri necessari. Questa maggioranza incerta e claudicante, questo governo fragile, ha di fronte a sé un´opposizione incerta e claudicante. Fragile. Divisa, a sua volta, sul progetto politico, sulla leadership.

Silvio Berlusconi, in particolare, ci pare insofferente e frenato, da qualche tempo. Un “Cavaliere pallido”. Paradossalmente: tanto più dopo la breve e intensa crisi affrontata dal governo Prodi, al Senato, due settimane fa. Fino a quel momento, aveva potuto godere dell´aura dell´Oppositore per caso. Vincitore morale delle elezioni di un anno fa. Perse accidentalmente, perché i suoi alleati non avevano creduto nella possibilità di rimontare. Non avevano creduto in lui. Da allora, egli ha attraversato almeno tre fasi, nelle quali ha interpretato diversi ruoli, sempre da protagonista.

La prima, durante i mesi seguiti al voto: il “Cavaliere furioso”, contro i brogli della sinistra. Che aveva barato. Spostato i voti. Per delegittimare la vittoria dell´Unione. Per dimezzare Prodi.
La seconda: il “Cavaliere esiliato”. Nella sua villa in Sardegna. A festeggiare e a riposare. Tra ricostruzioni storiche e fuochi d´artificio. Un´assenza incombente. Un silenzio fragoroso.
La terza, in autunno. Il “Cavaliere di piazza”. In marcia da Vicenza fino a Roma, alla testa del “popolo delle libertà”. Contro la Finanziaria del governo di centrosinistra.

Contro Prodi, Visco e Padoa-Schioppa. Contro Gentiloni e la sua criminosa idea di rompere il duopolio radiotelevisivo. O meglio, il monopolio di RaiSet. Di allargare l´accesso al mercato della pubblicità. Inaccettabile.

Così, alla fine del 2006, pochi mesi dopo le elezioni perse, il Cavaliere appariva, di nuovo, al centro della scena politica italiana. Al comando della sua coalizione. Infastidito un poco, anzi parecchio, dalla progressiva dissociazione dell´UdC. E in particolare da Casini, determinato a finirla con il ruolo dell´eterna promessa. A cinquant´anni, dopo una legislatura passata a fare il Presidente della Camera, con grande consenso di pubblico e di critica. Tornare a fare il ragazzo di belle speranze. Scommettere sulla stanchezza e sulla bontà del Cavaliere. Basta. L´ha ribadito anche ieri, riferendosi a Berlusconi, che “nessuno è insostituibile”.

Tuttavia, le pene del Cavaliere erano nulla in confronto a quelle di Prodi. Assediato dalla delusione dei suoi elettori. Bersagliato dal fuoco amico. Sempre in bilico, al Senato. I sondaggi, dai primi giorni d´autunno, riflettevano questi umori. Riportando la Cdl e il Cavaliere in alto, nel gradimento degli elettori. Per reazione: alla sfiducia nell´Unione, nel governo e nel premier. Le stime elettorali sottolineavano un vantaggio del centrodestra sempre più largo: 5-7-10 punti percentuali. E oltre. Un distacco rimasto costante, fino ad oggi. Con la differenza, rispetto a un tempo, che, fra i sondaggi del Cavaliere e quelli degli istituti demoscopici, oggi non ci sono differenze. Nove mesi appena dalle elezioni, e l´opposizione è divenuta maggioranza fra gli elettori. Il suo leader, di nuovo il più amato degli italiani.

Ma è bastata la crisi di governo, breve, stressante, per denunciare, oltre all´instabilità del governo Prodi, l´incertezza e le divisioni nel centrodestra. Costretto a indicare con quale progetto e soggetto politico; con quale leader; e, prima ancora, con quale legge elettorale, affrontare il futuro prossimo. La Casa delle Libertà: è apparsa divisa. Per nulla allineata, dietro a Berlusconi.

Sulla legge elettorale: ciascuno corre per proprio conto. Perché ha un´idea specifica e diversa del futuro. Dal punto di vista personale e di partito. L´UdC intende spezzare il bipolarismo. E Casini combina diversi modelli europei. Vuole il proporzionale alla tedesca, ma guarda all´esempio francese. A Bayrou. L´uomo del centro. Che, nella corsa alla presidenza della Repubblica, secondo i sondaggi, ha ormai raggiunto i favoriti. La socialista Ségolène Royal e il post-gollista Sarkozy. Un po´ stanchi, i francesi, di un´alternativa fra due candidati mediatici, che si esprimono in base alle indicazioni del marketing. Fini e An: preferiscono il referendum. Per spezzare la continuità con il passato e con il presente.

Perché a Fini interessa rafforzare il bipolarismo, ma senza dipendere dagli equilibri di coalizione. In cui solo Berlusconi è in grado imporsi e di mediare. Anche Fini guarda alla Francia. A Sarkozy. Di cui è interlocutore. Di cui ambisce a riprodurre lo stile. E magari il destino. Liberandosi anch´egli, infine, della tutela di Berlusconi, come l´altro ha fatto con Chirac. Berlusconi, invece, oltre a non avere alcuna intenzione di farsi da parte, predilige la continuità. E la complice solidarietà con Bossi. L´asse lombardo, da cui è partita la “rivoluzione” del 1994. Forza Italia e Lega: sempre più affini, nel Nord. Forzaleghisti. Non dispiace, a Berlusconi e Bossi, la “porcata”, come ha definito l´attuale riforma elettorale, l´autore, Roberto Calderoli. Ritoccata un pochino. Adottando anche al Senato lo stesso modello usato alla Camera (per cui oggi avremmo due maggioranze opposte). In fondo è stata concepita apposta, la legge. Non per migliorare quella precedente. Ma per impedire al centrosinistra di stravincere. E, nel caso, di governare. Obiettivi centrati entrambi, visto il risultato. Una riforma “à la carte”. Fatta in fretta, senza badare troppo ai particolari.

A Berlusconi conviene questo proporzionale, che dà spazio a tutti i partiti, fino ai più piccoli, ma impone loro il vincolo di coalizione. In questo modo, nessuno può giocare in proprio; mentre l´unico capace di giocare per tutti resta lui. A Bossi, invece, conviene stare dentro a una “Casa”, che non reggerebbe senza di lui. Mantenere l´attuale potere di veto. Senza ridursi a un partito “regionale”, come avverrebbe con il modello tedesco. E senza perdere la propria identità, la propria etichetta, aggregandosi a un altro partito, come avverrebbe in caso di successo del referendum.
Diversi progetti, diversi modelli. In palese contrasto.

La crisi di governo ha reso evidenti differenze e strategie, che ciascuno coltivava all´ombra dell´opposizione. E Berlusconi ne soffre. O meglio: è insofferente. Verso questi alleati inquieti e inaffidabili. A Vittorio Feltri ha confessato di aver avuto “tanta pazienza in questi anni” e “che tutti me la debbano riconoscere”. Sottintendendo che gli altri, alcuni in particolare, soprattutto Casini, stanno lavorando soprattutto per se stessi.

Preferirebbe, Berlusconi, andare a votare. Il più presto possibile. Per interesse, ma anche per passione. Come ha scritto Gianfranco Pasquino: «A Berlusconi riesce bene quello che gli piace. Le campagne elettorali, con il loro contatto con un pubblico reale e virtuale e le apparizioni televisive (…) lo rendono felice». Tuttavia, egli esclude – a ragione – che questa speranza si possa realizzare. Ma teme, ancor di più, una nuova crisi, che porterebbe non ad elezioni, ma a un governo tecnico, di larghe intese, con lo scopo esplicito di fare la riforma elettorale. Definita dal Presidente Napolitano, anche ieri, «una necessità».

Berlusconi, quindi, dovrebbe «farsi coinvolgere», senza essere lui il protagonista. Il peggio. Basti pensare a come andò a finire nel 1995. Dal governo Dini al governo Ciampi. Poi le elezioni. In cui fu sconfitto.
Per cui teme, il “Cavaliere pallido”. La fine di questo bipolarismo imperfetto. Dove ogni partito, anche il più piccolo, ha voce in capitolo – e la usa: perché ha bisogno di farsi sentire. Dove ogni leader, anche il più piccolo, si esibisce. Per rammentare al mondo che esiste.

Questo bipolarismo frammentario e traballante. Semplificato e unificato dalla figura dei leader. L´ha inventato lui, Berlusconi. E Prodi l´ha adattato al centrosinistra. Berlusconi e Prodi. I duellanti. Da dieci anni sulla breccia. Berlusconi sa – e teme – che, se cadesse di nuovo il governo, non si andrebbe a votare. Cadrebbe solo Prodi. E, insieme a lui, anche questo bipolarismo personalizzato. Questo bipersonalismo. Che ha bisogno di entrambi: Berlusconi, ma anche Prodi. Senza Prodi, anche Berlusconi rischierebbe di perdere il centro della scena. Per questo, oggi, il Cavaliere è un po´ pallido. Costretto a sperare che tutto resti al suo posto. Prodi compreso. Continuando a fare, in attesa che torni il suo turno, l´unico mestiere politicamente redditizio, in questa Repubblica.
L´opposizione.

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