IL CAVALIERE OSTAGGIO DI SE STESSO

5 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Non siamo davanti ad una crisi di governo classica, ma alla fine di un’avventura politica. La mossa di Silvio Berlusconi, che ieri sera ha fatto annunciare la sua intenzione di occupare il ministero dell’Economia per i prossimi mesi, fino alla riforma fiscale, dà il segno dell’eccezionalità del passaggio, dopo le dimissioni forzate di Giulio Tremonti.

In un colpo solo, Berlusconi brucia la candidatura più autorevole, sostenuta dal Quirinale e dai suoi alleati, quella di Mario Monti; mette con le spalle al muro Fini e Follini che hanno voluto la testa di Tremonti per bloccare la politica economica del premier, nel tentativo di dimostrare che il berlusconismo economico sopravvivrà a Tremonti; e in più, ancora una volta, Berlusconi esce da una crisi offrendo all’opinione pubblica se stesso come unica e suprema soluzione per ogni difficoltà, corpo mistico e sacrificale della destra, della maggioranza, del governo e – nelle sue intenzioni – dell’intera politica italiana, dunque della nazione.

Il messaggio più pesante è per Fini e Follini e riecheggia Badoglio: la guerra continua. Anche qui, c’è un cambio di fronte, gli alleati diventano di fatto avversari, e per loro l’avvertimento è esplicito. Hanno ottenuto le dimissioni di Tremonti, adesso dovranno ingoiare la stessa politica gestita direttamente dal premier.

Lo spazio della mediazione sparisce, svanisce, il ministero dell’Economia diventa il vero banco di prova del governo, che si gioca tutto su quella ruota. Anzi: il governo si riduce all’Economia, l’Economia si riduce al taglio delle tasse, e tutto naturalmente si riduce a Berlusconi, ideologo e sacerdote di un reaganismo senza Reagan, riassunto nel taglio fiscale cui il premier affida ormai interamente la sua sorte, in una superstizione politica estrema.

Berlusconi che resta all’Economia per mesi, stravolgendo l’interim (che Ciampi voleva brevissimo) in una vera e propria assunzione diretta prolungata di responsabilità è il tentativo supremo del premier di garantirsi di persona ciò che non può ottenere con il consenso della sua coalizione, cioè il rispetto del suo programma elettorale e dell’improvvido “contratto” con Bruno Vespa scelto rappresentante degli italiani. Il Cavaliere capisce che con l’uscita di Tremonti è morta la sua politica, è saltato il suo programma quel contratto è carta straccia.

In extremis, Berlusconi cerca di ottenere dalla sua presenza fisica ciò che non ha ottenuto dalla sua politica. Come pegno della futura riforma fiscale, prende se stesso in ostaggio, perché non gli è rimasto nient’altro: garanzia per sé e nello stesso tempo minaccia per tutti gli altri. Dimezzato dall’uscita di Tremonti, il Cavaliere raddoppia rilanciando se stesso, proprio la carta che per An e Udc è oggi più indigesta.

C’è però una seconda ragione, nella scelta di far annunciare subito da un’attenta regìa un interim prolungato fino alla riforma fiscale: il terrore berlusconiano che Mario Monti dicesse sì, accettando la proposta che formalmente gli veniva dal premier (frastornato dall’uscita traumatica di Tremonti) ma in realtà da Ciampi e dai partiti minori di centrodestra.

L’istinto politico del Cavaliere, o almeno il suo istinto di sopravvivenza gli hanno fatto avvertire un senso di pericolo immediato, e irreparabile. Potremmo condensare quel sentimento con questa formula: Mario Monti ministro dell’Economia sarebbe l’uomo più giusto per un incarico cruciale per il futuro del nostro Paese. Ma sarebbe anche l’uomo più sbagliato per questo governo, per la sua cultura politica, per i suoi metodi e per la sua leadership. Vediamo perché.

Un super-tecnico, di esperienza europea e di reputazione internazionale, per commissariare il punto più critico e più esposto della politica di governo italiano: questo è l’obiettivo che il presidente della Repubblica Ciampi si era fissato per uscire dalla crisi. Monti ha il profilo perfetto per questo ruolo. Competenza ed esperienza gli garantiscono l’autorità interna e internazionale per prendere la guida di un superministero come l’Economia in un momento difficile, dopo l’esaurimento delle formule cabalistiche sui conti, degli esoterismi sui buchi dell’Ulivo, dei miracolismi sul taglio berlusconiano delle tasse. Ma proprio qui cominciano i problemi per Berlusconi.

Dovunque vada e qualsiasi cosa faccia, dopo cinque anni a Bruxelles Monti torna infatti in Italia come l’uomo delle regole, dei parametri europei e degli obblighi che la politica deve assumere quando i numeri lo pretendono.

Tutta la sua storia dice che se diventasse ministro parlerebbe poco, pretenderebbe e garantirebbe lealtà, confiderebbe soprattutto in Ciampi e lavorerebbe per ridurre il debito, rispettare i vincoli europei, liberalizzare là dov’è possibile. L’uomo giusto, dunque: se soltanto avesse un governo conseguente attorno a sé, un premier consapevole e convinto di questa politica, una coalizione che predica questa cultura, guidando di conseguenza un blocco sociale capace nello stesso tempo d’imporla e di difenderla. Tutto questo, come ha dimostrato la crisi Tremonti, manca drammaticamente.

C’è l’uomo. Come direbbe Sciascia manca il “contesto”. Anzi il contesto berlusconiano è di fatto incompatibile con questa ipotesi. Chi ha affondato Tremonti è infatti proprio la spinta contrapposta tra le due politiche economiche, le due culture di governo, i due blocchi di interessi che si fronteggiano dentro il centrodestra da anni. Da un lato il liberismo rivoluzionario e messianico, tutto sospeso sull’appuntamento mitologico con il taglio delle tasse. Dall’altro lato, il post-doroteismo di Alleanza Nazionale, che declama welfare e Sud come cardini della propria politica, ma li declina rapidamente come Cassa per il Mezzogiorno e Partecipazioni Statali.

In mezzo, il fallimento decennale di Berlusconi nel compito obbligatorio di fondere i due estremi in una moderna cultura conservatrice europea, capace oggi di consentirgli di governare e domani addirittura di sopravvivergli. Capace, in ogni caso, di dare radici identitarie a questa destra ancora e sempre nascente, impossibilitata ad andare oltre la soglia battesimale dell’anticomunismo e del culto del Capo.

Senza una cultura unificante, senza un’identità fondante, senza una rappresentanza trasparente degli interessi legittimi, le sottoculture economico-sociali d’origine si sono fronteggiate fino all’ultima paralisi, all’aut aut tra Fini e Tremonti che doveva sciogliere con lo strumento dell’ordalia ciò che Berlusconi non era riuscito a unificare con la politica. Chi ha affondato Tremonti, dunque, è Silvio Berlusconi, che poi ha pianto lacrime di coccodrillo perché ha capito che con il ministro licenziava la sua stessa politica. A quel punto Berlusconi si è convinto che per sopravvivere doveva riappropriarsi della sua stessa politica.

Monti fin dai primi colloqui telefonici garantiva l’opposto: nessun ideologismo, nessuna tolleranza per i tentativi di sfondare i parametri europei pur di trovare i soldi per il taglio fiscale, nessun rispetto per il mitologico “contratto” con gli italiani. Monti al governo sarebbe stato in realtà un doppio commissario, di Ciampi e dell’Europa e in più la sperimentazione in vitro, quotidiana, per gli alleati di una destra senza più Berlusconi. Con il rischio che una saldatura del superministro con Quirinale, Confindustria, sindacati, Europa, trasformasse rapidamente il governo in un inedito Monti-Berlusconi.

Niente Monti, dunque. E con lui, niente autorevolezza, competenza, relazioni internazionali. Il governo si chiude a testuggine sul premier, mostrando la validità del paradigma Ruggiero ricordato ieri da Eugenio Scalfari: con il berlusconismo non sono compatibili competenze tecniche e autonomie, culturali, di esperienza, di carattere. Ieri sera il professore è stato convocato dal premier, ma per sentirsi dire che il superministro sarebbe stato Berlusconi.

L’incontro è avvenuto a Macherio, il luogo dove tutto si omogeneizza e si abbassa alla cifra del berlusconismo, uno dei luoghi dell’anomalia istituzionale di questi anni: mentre sarebbe stato più semplice e normale che un premier e un commissario europeo s’incontrassero almeno in una prefettura. Ma i simboli non sono mai casuali. E per l’ultimo passo del berlusconismo che si blinda su se stesso, Macherio è lo scenario ideale e perfetto.

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