IL CAVALIERE CONVERTE IL LUPO FAZIO

4 Agosto 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Al povero Vincenzo Visco, non glie ne va bene una. Il giorno prima si era trovato isolato a sinistra nel dire “bravo” a Domenico Siniscalco, e aveva poi dovuto correggere di corsa la sua dichiarazione con un’interpretazione autentica. Ieri aveva appena finito di dettare alle agenzie la sua esternazione di giornata, “non c’è nessun riavvicinamento tra il governatore della Banca d’Italia e il governo”, ed ecco che zacchete, di nuovo platealmente smentito.

Il ministro dell’Economia, anzi dell’Armonia, lo ha messo nel sacco. Perché nel frattempo proprio Antonio Fazio usciva da palazzo Grazioli dopo aver consumato una colazione di lavoro con il premier, insieme a Gianni Letta, al ministro dell’Economia medesimo, e a quell’onorevole Luigi Grillo da sempre vicino al governatore, un vero cavaliere di gran croce, per così dire, della lunga guerra contro Giulio Tremonti quando questi scudisciava via Nazionale.

L’incontro di ieri segna una svolta, nelle intenzioni del premier. Non è avvenuto per una precipitazione dell’ultim’ora, dopo aver ascoltato con attenzione quanto Antonio Fazio ha detto sul Dpef alla Camera lunedì sera. Era stato fissato da tempo. Appena il premier si è deciso a chiudere l’interim e a nominare Siniscalco. Chi ha assistito all’intervento del Cav. all’assemblea annuale dell’Abi, l’8 luglio scorso, ricorda con quanta insistenza Berlusconi avesse sottolineato l’intenzione di un riavvicinamento con il governatore.

Fazio ha subito detto sì all’incontro ma per la data ha voluto che il ministro prima presentasse il Dpef e lo illustrasse in parlamento. Al ministro e all’instancabile tessitore del riavvicinamento, Gianni Letta, ha fatto osservare che correttezza istituzionale pretendeva che l’incontro avvenisse solo una volta che anche il governatore avesse già reso al parlamento la propria opinione, sul Dpef. E così è stato. Il governatore, che con uno strappo alla regola si è recato presso l’abitazione privata del premier – in Banca c’è chi ha storto il naso per ragioni protocollari – la sera prima si era preso la soddisfazione di mettere a verbale che “ora c’è un quadro di politica economica che prima mancava”.

Di aggiungere che negli anni di Tremonti “all’abbattimento del prelievo per 1,5 punti del pil ha fatto riscontro un aumento della spesa primaria per 2,4”. Pur riconoscendo che ciò è avvenuto in periodi di bassa congiuntura.

Il futuro della Cassa depositi e prestiti
Berlusconi lo aveva messo in conto. Ma è stato considerato un prezzo da pagare, per tornare a poter dire, come il premier ha fatto ieri, che “riprende una calda, calda collaborazione tra il governo e la Banca d’Italia”. La linea cui attenersi è di tentare di coinvolgere il più possibile anche la Banca d’Italia, nel disegno di quelle misure che dovranno tradurre le mere cifre del Dpef in interventi concreti. Ma Fazio non farà sconti. “Ho detto no”, ha risposto ai deputati che gli chiedevano se fosse vera l’offerta di entrare al governo. Ed è un no che si riserva di opporre anche ad altro.

A una Cassa depositi e prestiti che diventasse davvero motore della trasformazione degli incentivi alle imprese, ma restasse sottoposta al ministero dell’Economia, come l’aveva disegnata Tremonti. “Come soggetto pienamente bancario, deve essere sottoposto alla nostra vigilanza”, è la tesi di Bankitalia. Se poi il governo vorrà accrescere la quota nella Cassa di banche e privati, è la Banca d’Italia e non l’Economia, che deve presiedere all’operazione. E’ la Banca d’Italia ancora, che si riserva di dare il parere che conta sui regolamenti attuativi e le modalità di rilascio dei nuovi crediti agevolati, che dovrebbero sostituire gli incentivi a pioggia. In altre parole è Fazio, a porsi al crocevia di ogni iniziativa tra governo e imprese che passi per l’interfaccia del credito. Un ribaltamento netto, rispetto alle ipotesi sin qui perseguite. Ma se è il prezzo per porle in opera, che si paghi, sostengono premier e ministro.

Fazio però ha anche altre frecce. Boccerà abbattimenti fiscali a partire dal 2005 che non siano integralmente finanziati da tagli alla spesa, sapendo in questo di poter contare su almeno metà della maggioranza. E allo stesso Siniscalco, ha riservato un mezzo chi va là. Ne ha apprezzato la volontà di mettere sotto controllo la spesa, ma ammonendo che gli effetti devono essere i meno depressivi possibili: mica facile. Senza contare che, tolta sanità, scuola, sicurezza e sviluppo, “non ho capito i tagli dove saranno”, ha sospirato il governatore. Che a settembre, anche sui tagli, potrà dire la sua. Del resto, un’amarezza covata per anni difficilmente sparisce da un giorno all’altro.

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