IL CAVALIERE,
LA POLITICA
E I BUROCRATI

1 Dicembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Ci sarà senz’altro stato modo nella notte di precisare, emettere veline che circoscrivano il caso, dare un contentino alle sinistre europee e ai burocrati di Bruxelles che protestano, ma alla fine quel che conta è che ieri pomeriggio anche Zapatero, dicasi Zapatero, è stato arruolato dal Cav. nella sua sacrosanta crociata contro la rigidità stupida di Maastricht e nella riforma fiscale (“solo un primo passo”, ha detto il Cav. in forma).

La “trappola” è scattata nella sede ufficiale della conferenza stampa di chiusura del vertice bilaterale Italia-Spagna. Siamo d’accordo con il premier spagnolo, ha detto Berlusconi, sul fatto che il parametro del 3 per cento vada interpretato in modo meno rigido. Come tutti sanno, il 3 per cento di deficit sul Pil è quell’esiziale regoletta non interpretabile sulla cui cretinaggine Prodi parlò quando non doveva, e tace adesso che dovrebbe parlare.

Il 3 per cento è anche quella normicina mortuaria che spiega almeno in parte l’eccesso di peso dell’euro (negativo persino secondo i camerlenghi della Banca centrale europea) e la scarsità di politiche per lo sviluppo dell’economia europea che porta a tassi di crescita stentati mentre America e Asia galoppano.

Una crescita nana che è fenomeno altrettanto negativo, specie per un paese come il nostro che langue sotto il ricatto neocorporativo sindacati-confindustria, la pratica socialmente suicida degli scioperi generali politici, l’ombra di un debito pubblico che non sarà mai riassorbito se l’economia reale non riparte con una violenta scossa a consumi e investimenti e con una radicale riforma del nostro modo di vivere (male) alle spalle dello Stato.

Berlusconi sa accumulare ritardi politici come nessun altro al mondo, ma bisogna anche dire che sa recuperare a ritmi pazzeschi. In un paio di settimane è passato dalla resa al contrattacco, dopo tre anni e mezzo di cincischiamenti, e se continua così promette faville.

Mostra di essersi convinto di due cose: che la riforma fiscale e quella della spesa (su questo secondo punto ancora non è stato chiaro, e si capisce perché) sono il suo vero programma e la giustificazione della sua leadership, nella coalizione e nel paese; e che per attuare l’una e l’altra politica bisogna elevare il tono e il senso dell’azione di governo, a partire dalla funzione attiva dell’Italia nella battaglia per la golden rule, quell’utile aggeggio antiragionieristico che serve non per scassare i conti e avvilire la moneta unica ma invece per consentire che l’euro diventi quel che prometteva, senza poi mantenere: la leva di un’economia più libera e dunque più dinamica, dove gli investimenti e i consumi non sono sconsigliati ma incoraggiati dai governi, la “leva americana” ora nelle ferme mani del Cav. Ferme? Dio ci perdoni per aver concepito un’idea tanto temeraria. Eppure… chissà. Quella dichiarazione sul “primo passo” fa sperare bene.

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