IL BALLO
DELLE CIFRE

20 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Germana Martano è il Caporedattore di Morningstar in Italia.

(WSI) – Il petrolio continua a inanellare record con effetti negativi per la crescita dell’economia, colossi mondiali come General Motors comunicano il conseguimento di utili deludenti e lanciano allarmi sui conti dell’anno, aumentano le richieste di sussidi alla disoccupazione negli Stati Uniti…e le Borse reagiscono composte, frenando di qualche punto. Salvo poi arrivare a indietreggiare quando anche sul mercato arrivano notizie tutto sommato positive. Gli operatori riassumono la situazione parlando di nervosismo e sotto accusa finiscono anche i fondi d’investimento, tra i più grandi investitori del mercato.

Se da un lato tensioni sul fronte internazionale difficilmente aiutano i mercati, per l’incertezza che creano nell’analisi della situazione geopolitica, ad alimentare il nervosismo generale sono la quantità di dati e statistiche che ogni giorno piovono sugli operatori, corredati dalla lettura che ne danno istituzioni finanziarie, autorevoli esponenti del mondo politico, economisti e comitati d’investimento. Spesso, dall’analisi dei dati, le conclusioni sul futuro sono assolutamente contrastanti, e vanno da un eccesso di ottimismo di taluni –solitamente gli uomini politici dei governi in carica- al pessimismo di altri- in genere degli istituti preposti al controllo dell’operato dei primi. Trattandosi di una fase del ciclo economico di difficile lettura, perché l’economia mondiale sembra essere a un punto di svolta, l’incertezza che ne deriva è all’ordine del giorno.

Un esempio al riguardo lo forniscono le stime e le statistiche sulla crescita dell’economia elaborate da istituti diversi e quasi mai coincidenti. Avviene in Italia, dove il Governo punta a una crescita stimata per il 2004 e il 2005 su valori non condivisi da istituti come la Banca d’Italia, ma accade anche negli Stati Uniti, dove il duello elettorale tra il presidente repubblicano Bush e il candidato democratico Kerry passa, oltre che per le strategie in campo di politica estera e di sicurezza, anche per scelte di politica interna, in primis quelle sulla spesa fiscale.

Se sulle stime è naturale che ognuno abbia la propria visione del futuro e che la traduca in cifre differenti, sulle statistiche qualche certezza in più non guasterebbe per dare un po’ di serenità anche a chi sceglie i titoli su cui investire. Dall’analisi dei portafogli dei fondi venduti in Italia, come dalle stesse dichiarazioni dei fund manager, si evince che un buon 10% degli asset gestiti è al momento “investito” in liquidità, vale a dire che milioni di euro affidati in gestione è detenuto dai fondi sotto forma di strumenti del mercato monetario, dai pronti contro termine a titoli di Stato tipo i Bot. Si tratta di una strategia di gestione prudente, al limite attendista, dettata appunto dalla necessità di maggiori schiarite sul futuro dell’economia.

Non si pensi che i gestori americani abbiano invece le idee più chiare, visto che si è solito sentirli dichiarare, nelle ultime settimane, di aspettare l’esito delle elezioni presidenziali, perché Wall Street potrebbe giovare di una vittoria di Bush e invece tremare per quella di Kerry. E’ dimostrato infatti che quello di attribuire al partito repubblicano maggiore confidenza con il mondo degli affari, al punto da consentire un rialzo di Borsa, e al partito democratico minore orientamento alla business community, al punto da penalizzare Wall Street, è solo un credo comune, non testimoniato dall’analisi delle serie storiche.

Si sa che tanta liquidità può determinare balzi pericolosi dei mercati, sia azionari che obbligazionari, ma esistono anche dei rimedi per disinnescare mine vaganti. Uno passa per una maggiore chiarezza almeno sull’analisi del passato.

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