I TASSI SALGONO, NESSUNO SA DOVE SI FERMERANNO

2 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Con il solito linguaggio misurato, la Federal Reserve ha annunciato l’aumento di 25 punti base del tasso sui Federal Funds che tutti si aspettavano. Il comunicato recita: «il Comitato (Federal Open Market Committee) ritiene che anche dopo questa decisione l’intonazione della politica monetaria rimane accomodante e …continua a sostenere la attività economica».

E più oltre «poiché l’inflazione continua a rimanere contenuta il sostegno all’economia può essere diminuito a una velocità moderata». In altri termini, la politica monetaria rimane vigile e pronta a stringere ancora, dolcemente ma decisamente il freno se l’inflazione dovesse farsi più aggressiva.

L’era del denaro a buon mercato è finita ufficialmente, ma questo si sapeva. Negli ultimi mesi la discussione sia da parte della autorità nazionali che nelle istituzioni internazionali si è concentrata su come preparare l’economia all’ingresso in una fase di denaro più caro, dopo quasi un paio di anni di liquidità abbondante e tassi calanti o stabili.

La vera domanda per i prossimi mesi non è se i tassi continueranno a salire ma di quanto e a quale velocità e se, soprattutto, le autorità monetarie nei paesi industriali e in quelli emergenti saranno in grado di gestire l’aumento dei tassi convincendo i mercati che la situazione rimane sotto controllo.

La decisione della Fed, infatti, riflette essenzialmente la preoccupazione per una ripresa dell’inflazione in concomitanza con la ripresa della crescita, ma i tassi di mercato potrebbero essere alimentati anche da altre considerazioni, legate soprattutto al rischio che si accompagna agli squilibri nelle posizioni finanziarie dei principali paesi e in particolare degli Usa dove i deficit gemelli, di parte corrente e di bilancio federale, continuano a crescere. Fino a quando i mercati continueranno a finanziare un tale fabbisogno a tassi relativamente contenuti?

In più di una occasione Alan Greenspan ha sostenuto che, se è vero che i deficit americani sono di dimensioni molto maggiori che in passato (sicuramente maggiori di quelli degli anni ’80 e dei primi anni ’90) è anche vero che i mercati sono diventati più efficienti e quindi in grado di finanziare squilibri maggiori che in passato.

Nessuno è in grado di dire se Greenspan abbia ragione o meno, ma la sua fiducia nei mercati sarebbe molto più giustificata se, almeno negli Stati Uniti, ci fossero chiari segni di un inizio di aggiustamento fiscale e questo, in prossimità delle elezioni e con gli impegni crescenti per le spese militari è assai difficile da immaginare.

Ma le possibili conseguenze di una fine del denaro facile non si fermano qui. Quando i livelli dei tassi di interesse cominciano a crescere, oggi in Usa e forse domani in Europa, le posizioni debitorie di tutti, governi e settore privato, diventano meno sostenibili. E il mondo oggi galleggia su una montagna di debito.

Il debito pubblico è gigantesco in Usa ma anche naturalmente in molti paesi europei, Italia in testa, ed è gigantesco in molti paesi emergenti (soprattutto in America Latina), dove debiti che sembrano modesti per economie avanzate, dell’ordine del 40-50 per cento del Pil, sono assai preoccupanti per paesi la cui capacità di controllo della finanza pubblica è molto più limitata.

E anche il debito del settore privato è elevato, soprattutto in America (ma non solo). Le famiglie hanno approfittato del periodo di denaro facile per accendere mutui contribuendo ad alimentare bolle speculative nei settori immobiliari un po’ dovunque.

Insomma con la fine dell’era dei tassi calanti la fragilità dell’economia globale si accresce. E’ possibile naturalmente sposare una visone più ottimistica, facendo notare che, per esempio, negli anni di denaro facile molti paesi sono riusciti a rifinanziare il debito a costi più bassi, rafforzando la struttura finanziaria, o ricordando che tassi più alti si accompagnano a una crescita più sostenuta, che facilita il servizio del debito.

E’ sperabile che gli ottimisti abbiano ragione. Ma sarebbe anche sbagliato ritenere che non possano sbagliarsi. In fondo la politica monetaria, pur gestita in modo impeccabile, non può correggere squilibri che dipendono dalla politica fiscale o dalle (mancate) manovre strutturali. La politica monetaria, al massimo, può esercitare una pressione su chi questi strumenti li controlla. E questo Greenspan lo sa benissimo.

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