I pm indagano su tangenti PD, finalizzate quando Penati era capo della segretaria di Bersani

24 Luglio 2011, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

MILANO – Dal Pci al Pd, da Greganti a Penati, dalle lire agli euro. In mezzo, quasi 20 anni trascorsi da Mani pulite. Bruno Binasco, l’imprenditore arrestato nel 1993 per aver finanziato illecitamente il Pci tramite «il compagno G» Primo Greganti con 150 milioni di lire di mancata restituzione di interessi su una caparra immobiliare, è ora indagato dalla Procura di Monza per aver finanziato illecitamente con 2 milioni di euro nel 2010 il leader del Pd lombardo Filippo Penati, di nuovo con un meccanismo ruotante attorno a una caparra.

Anche in questa vicenda, come già per i 4 miliardi di lire in contanti che il costruttore e consigliere comunale di centrodestra Giuseppe Pasini dice di aver dato all’estero nel 2001 a due fiduciari dell’allora sindaco ds di Sesto San Giovanni (il futuro capo di gabinetto Giordano Vimercati e l’imprenditore del trasporto urbano Piero Di Caterina), il percorso dei soldi ipotizzato dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia non è rettilineo, ma triangolato: un finanziamento illecito perfezionato a fine 2010 (quando Penati era capo della segreteria di Bersani) benché ideato nel 2008 (quand’era presidente della Provincia di Milano), secondo lo schema di una simulata trattativa d’acquisto da parte di Binasco di un immobile dell’imprenditore Di Caterina, quello che ha rivelato ai pm di aver finanziato il partito di Penati nella seconda metà anni 90, a volte anche con 100 milioni di lire al mese.

La finta maxi-caparra del manager di Gavio

Il finanziamento illecito, alla fine, avrebbe assunto appunto la forma di una caparra immobiliare versata dal 66enne Binasco, più volte arrestato in Mani pulite ma quasi sempre sgusciato tra prescrizioni e assoluzioni. Storico braccio destro dello scomparso nel 2009 Marcellino Gavio, e amministratore delegato della cassaforte del gruppo (che gestisce 1.200 km di autostrade, è primo azionista di Impregilo e macina 6 miliardi di euro di fatturato), Binasco firma nel 2008 un contratto preliminare per l’acquisto di un immobile di Di Caterina, valutato in partenza a un prezzo molto alto. Ma, nel farlo, Binasco verga a mano una clausola che prevede che Di Caterina incameri una caparra generosissima, di ben 2 milioni di euro, nel caso in cui Binasco non eserciti l’opzione d’acquisto entro il 2010. E’ esattamente quello che accadrà, ma che per gli inquirenti «doveva» accadere sin dall’inizio: Binasco nel 2010 lascia decadere l’opzione, e così effettua quello che l’accusa qualifica finanziamento illecito di 2 milioni al pd Penati, perché in questo modo estingue nel 2010 un «debito» che Penati nel 2008 si era visto reclamare dal finanziatore Di Caterina.

«Caro Penati, caro Binasco vi ricordate i miei soldi?»

Nelle mani degli inquirenti, infatti, è caduta una missiva molto aspra indirizzata nel 2008 da Di Caterina non solo all’ex sindaco ds di Sesto San Giovanni ma anche a Binasco, sequestratagli nel portafoglio dai finanzieri della polizia giudiziaria milanese nel luglio 2009: «Nel corso degli anni, a partire dal 1999, ho versato a vario titolo, attraverso dazioni di denaro a Filippo Penati, notevoli somme» di cui «il sottoscritto ha cercato di tornare in possesso, ma, salvo marginali versamenti, senza successo. Penati ha promesso di restituire, dopo estenuanti mie pressioni, proponendo nel tempo varie opzioni che si sono rivelate inconcludenti fino a quando ha proposto l’intervento del gruppo Gavio». Ma «ad oggi non è stato effettuato nessun ulteriore versamento, e ciò mi ha costretto a ricominciare nuovamente ad effettuare pressanti azioni di sollecito».

Di Caterina prende atto che «Binasco ha di fatto tentato di chiamarsi fuori», e peraltro «avrebbe potuto tranquillamente non entrarci»: segno che il pagamento a Di Caterina non è qualcosa che riguardi Binasco, ma qualcosa che a Binasco viene chiesto di adempiere per conto altrui. «Vi sollecito a rispettare gli impegni assunti nelle modalità», avverte Di Caterina nella lettera a Penati e Binasco, perché gli «accordi raggiunti» sono «vitali anche per il proseguimento delle attività lavorative». Perciò «vi invito a trovare conclusioni ai contenziosi che ci vedono interessati, per me di enorme gravità».

«Rispettate gli impegni. Tutto ha un limite»

Sono calunnie o millanterie o un’altra di quelle «parziali, contraddittorie e unilaterali ricostruzioni» che ieri in una dichiarazione Penati lamenta e ai quali si ribadisce «totalmente estraneo»? Fatto sta che nel novembre 2008 la trattativa immobiliare produce il suo scopo: liquidare a Di Caterina 2 milioni dietro lo schermo della caparra di Binasco e con il contributo tecnico di un professionista di Binasco ritenuto vicino a Penati, Renato Sarno (tra gli otto perquisiti mercoledì). E alla fine del 2010, puntuale, arriva la rinuncia di Binasco a esercitare l’opzione d’acquisto: Di Caterina si tiene l’immobile e incamera i 2 milioni di euro di caparra.

Nella sua lettera del 2008, Di Caterina si congedava da Penati e Binasco non proprio leggiadramente, «diffidandovi dall’assumere atteggiamenti minacciosi e offensivi» e «ricordandovi che non si può giocare cinicamente con la vita degli altri. Tutto ha un limite».

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Penati & Bersani, ecco la Tangentopoli ipocrita dei leader Democratici

di Giuliano Ferrara

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Filippo Penati è Pierlui­gi Bersani, e Pierluigi Bersani è Filippo Pe­nati. Non parlo della even­tuale responsabilità penale che, ad eccezione del caso di Silvio Berlusconi e dei teore­mi sul non­poteva-non-sapere che lo riguarda­no, è notoriamente personale. Non parlo nem­meno della strettissima associazione politica tra i due, visto che Penati è stato l’artefice orga­nizzativo e politico dell’elezione di Bersani a ca­po del Pd, il testimonial del ritorno al Nord di quel partito che dal Nord era stato marginaliz­zato e virtualmente espulso (Bersani si è fatto ritrarre in maniche di camicia, dietro il simboli­smo fattivo del suo messaggio c’è il «fare» di Pe­nati, un virtuoso superdirigente, e dei vari Pena­ti minori del Pd).

Parlo invece della responsabi­lità politica e dei caratteri profondi di una lea­dership. Bersani è un solido amministratore pubblico emiliano, di tradizione comunista. Penati è un solido amministratore pubblico lombardo, di tradizione comunista. Sono entrambi migliori­sti o riformisti, credono che la funzione sociale e politica della loro gente e del loro partito sia quella di governare la società, e pensano che per governare una grande nazione occidentale sia necessario sporcarsi le mani con i problemi da risolvere, in collaborazione conflittuale e al tempo stesso in cooperazione con sindacati e im­prenditori. Bisogna realizzare opere pubbliche navigando tra gli appalti, ge­stire in modo efficiente e competitivo aziende pubbliche assumendosi la re­sponsabilità di nomine e scelte strategi­che e pratiche, lasciare il più che sia possibile spazio ai privati e alla concor­renza, difendere il welfare ma rispetta­re le regole del mercato, organizzare forza e consenso nelle istituzioni per stabilire e raggiungere traguardi diffici­li ma irrinunciabili dando forma a quell’ordine delle cose, a quell’energia della politica, a quella capacità di pro­muovere idee, persone, competenze, gruppi che si chiama governo di una so­cietà complessa.

Non basta tenere alta la guardia della legalità e dell’etica, co­me invocano teppisti e tribuni del circo mediatico- giudiziario. Quelli a sinistra, come a destra, che hanno le mani pulite, non hanno le ma­ni. Sono buoni a nulla che sanno solo in­veire contro la «casta», il sostituto pove­ro dell’antica lotta di classe, seguono il trend più becero dell’antipolitica qua­lunquista, e invece di rimproverare ai partiti di non saper più fare il loro me­stiere, di non saper dare una rotta all’ Italia, li dannano se e quando il loro me­­stiere lo facciano. Per un buco in una montagna, in Val di Susa la società civi­le fa la guerra civile.

Per evitare riforme che spazzino via lo spreco dell’acqua pubblica, i guru della decrescita inven­tano la filosofia dei beni comuni e refe­rendareggiano a vanvera ma con di­screto successo demagogico. Per evita­re di pagare il doppio dei nostri concor­renti l’energia, che è la ragione non ulti­ma del mancato sviluppo della nostra economia e dunque dell’incapacità di dare un futuro all’esercito dei precari e di risolvere la questione del debito pub­blico, non hanno soluzione alcuna: ma vorrebbero l’Eni e l’Enel e Finmeccani­ca in galera per principio, sono antinu­clearisti fondamentalisti alla Greenpe­ace, pensano che il petrolio sia una co­sa sporca mentre premono l’accelera­tore del Suv sulla strada del week end o, peggio, fanno passerella in bicicletta al­la ricerca di un uovo fresco a chilome­tro zero. Una differenza importante fra Penati e Bersani c’è.

Penati ha provato a difen­dere l’autonomia della politica, e infat­ti è diventato il centro di delazioni più o meno credibili, di indagini a chilome­tro zero, molto milanesi come stile, sui suoi trascorsi di amministratore a Se­sto San Giovanni, un comune dell’hin­terland milanese che da tempo imme­morabile è la cassa cooperativa del mo­vimento operaio cosiddetto.

Penati è candidato al linciaggio. Bersani invece pensa di evitare guai, e cerca di lasciar­si soltanto sfiorare dalle inchieste giu­diziarie e dai sospetti anticastali, ali­mentati dal caso Pronzato, il suo consu­lente ministeriale e di partito che pren­deva tangenti volanti, assumendo po­se e posizioni che incoraggiano i moz­zorecchi a dilagare con i loro cappi, con le loro parole d’ordine, con le loro anti­politiche giustizialiste. A sinistra è un film già visto, una festa dell’ipocrisia in­sieme insipida e indigeribile, al contra­rio delle famose salamelle alla Festa dell’Unità.

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