I NEOLIBERALI
ALLA CASA BIANCA

22 Febbraio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Thomas Friedman, uno dei più autorevoli giornalisti americani, ha dato un consiglio a John Kerry, il cosiddetto nuovo Kennedy: non essere mai ambiguo circa la presenza militare in Iraq; collegala a un obiettivo (la rinascita di un potere locale), dai spazio all’Onu e agli organismi internazionali, ma non cedere al terrorismo e non farti tentare dal ritiro unilaterale perché l’America non capirebbe.

È plausibile che Kerry seguirà il consiglio. Ma a sua volta egli deve guardarsi da un concorrente insidioso: l’altro John, cioè Edwards. Il quale è più giovane, ma soprattutto più moderno di Kerry. Più capace, così sembra, di parlare al cuore dell’America profonda, di cogliere il disagio di un Paese che resta refrattario agli estremismi e tuttavia ha bisogno di sognare. Edwards, dicono i sondaggi, non potrà afferrare la coda di Kerry e superarlo sul traguardo, ma ha dimostrato di saper leggere le linee di contrasto e di contraddizione tra due Americhe non conciliate e forse non in grado di comprendersi.

Qualcuno ha osservato che i primi passi della campagna elettorale negli Stati Uniti segnano la sostanziale sconfitta dei «neoconservatori» di Bush, Cheney e Rumsfeld. Ipotesi verosimile, ma prematura. Di sicuro, la dottrina della guerra preventiva era fondata sul presupposto di una minaccia estesa e incombente. Quando si è visto che le armi di distruzione di massa nell’Iraq di Saddam esistevano, sì, per annichilire e gassare gli oppositori, ma non erano quelle descritte e temute dalla Casa Bianca, il quadro è cambiato. Con conseguenze politico-elettorali di non poco conto. In fondo, è la dottrina Bush a sgretolarsi perdendo credibilità, nonostante che il terrorismo sia tuttora un veleno tanto rarefatto quanto letale.

Il «presidente di guerra», come egli ama definirsi dall’11 settembre 2001 in poi, ha bisogno della guerra per esercitare la dovuta pressione sull’elettorato. Se cambia la percezione degli americani, può cambiare anche l’identikit dell’uomo che la nazione vuole nello Studio Ovale.

Oggi, a otto mesi dalle elezioni, i «neoconservatori» giocano senza dubbio in difesa. E i liberali cominciano a uscire dagli armadi in cui si erano rinchiusi negli ultimi tre anni. Ma sono liberali diversi da quelli che gli osservatori della vecchia Europa possono immaginare. La sconfitta del radicale Dean giustifica l’avvertimento di Friedman a Kerry sull’Iraq. Ma è Edwards, più del candidato favorito, a incarnare una nuova sintesi, in gran parte inedita, di economia e visione internazionale. Una ricetta «neoliberale» per ridurre il divario tra le due Americhe e sconfiggere i conservatori senza paura di usare alcuni dei loro argomenti.

Ne derivano per gli europei una serie di problemi. Che riguardano le sinistre, in particolare. L’Ulivo italiano che spera di ricevere da un’eventuale vittoria democratica in novembre la spinta giusta per le prossime elezioni politiche. In realtà da una Casa Bianca neoliberale, con Kerry ed Edwards, potrebbe venire una scossa superiore a quella causata a suo tempo dal neolaburismo di Blair, dopo gli anni della Thatcher. Per ora Bush è il nemico, lo è a tutto tondo: il che risulta quasi rassicurante. Si può essere contrari alla permanenza della missione militare in Iraq, ovvero rifugiarsi nella linea del «né sì, né no, né astensione». L’attuale presidente è un comodo alibi per le ambiguità della sinistra, compresa quella che cerca la sua anima moderato-riformista.

Ma cosa accadrebbe se l’approccio aggressivo e unilaterale di Bush fosse sostituito dalla più avvolgente visione multilaterale dei nuovi democratici? L’Europa sarebbe coinvolta, certo, ma crescerebbero di molto le sue responsabilità (anche militari) nel nuovo ordine mondiale. Alla stessa Italia si chiederebbe di più, non di meno. Merita rifletterci, in vista del voto alla Camera sull’Iraq.

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