I GURU DEI MEDIA BOCCIANO ROMANO

26 Ottobre 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Alla fine, dieci giorni fa, l´ha ammesso lui stesso: «Abbiamo un problema di comunicazione». E ancora Romano Prodi non aveva letto le gelide cifre sul crollo di popolarità del suo esecutivo. Numeri drammatici, con il suo governo che in soli tre mesi perdeva 18 punti e riscuoteva «poca fiducia» o addirittura «nessuna» da più della metà degli italiani.

Con lo stesso presidente del Consiglio, il trionfatore delle primarie, il vincitore delle elezioni, che per la prima volta dal 1996 scendeva sotto il 50 per cento del gradimento popolare. Non c´è dubbio, dunque, che esista «un problema di comunicazione». Prima lo scontro sull´indulto, poi il pasticcio del caso Telecom e infine l´impopolarità di una Finanziaria rattoppata in corsa hanno impietosamente messo a nudo tutte le debolezze del governo. E´ colpa del destino – segno che Prodi non può più contare sul «fattore C», sulla sua celebrata fortuna – o qualcuno ha sbagliato le sue mosse?

Se lo chiedono, in queste ore, al piano nobile di Palazzo Chigi, gli uomini ai quali il presidente del Consiglio ha affidato proprio il compito di gestire la comunicazione. A cominciare dall´uomo che è la sua ombra, il portavoce Silvio Sircana. E che ammette, con apprezzabile onestà: sì, sull´indulto avremmo potuto muoverci meglio. «Se avessimo potuto lavorarci prima, e non solo dopo l´approvazione del decreto, forse l´opinione pubblica avrebbe condiviso meglio le ragioni di quel provvedimento». Sul resto, però, lui mette le mani avanti: non dateci colpe che non abbiamo. «Credo che ci sia stato un abuso della parola “comunicazione”. Qui il problema non è che qualcuno si è espresso male».

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E allora, Sircana, qual è il problema? «La politica ha fatto un´agenda. Quest´agenda aveva dei contenuti. Che si sono, diciamo così, comunicati da soli. E in qualche caso erano di difficile digestione». E non era possibile comunicarli meglio? «Se qualcuno, in una situazione del genere, pensa che sia possibile controllare gerarchicamente la comunicazione va rinchiuso in manicomio. Perché se uno crede nella concertazione, poi deve anche accettare la polifonia, o la polilalia. Vede, la comunicazione non è una scienza esatta. E´ un mare in tempesta nel quale sei bravo se riesci a non affogare».

Eppure, Prodi qualche errore l´ha commesso, dice Nando Pagnoncelli che è uno degli uomini d´oro dei sondaggi. «Era partito benissimo, col decreto Bersani che metteva fine a una serie di privilegi. Poi però ha spiazzato i suoi elettori con l´indulto, e soprattutto con la Finanziaria. Nel ´96 c´era un traguardo da raggiungere, l´euro, ma oggi la gente non vede nessun obiettivo da perseguire, nessuna speranza da inseguire. In compenso, ha capito che ci sarà un inasprimento fiscale, un taglio alle spese e dunque meno protezione, meno garanzie, meno tutele. Risultato, ha paura del futuro».

Ancora più severa è l´analisi di Luigi Crespi, che nel 2001 fu il grande suggeritore di Silvio Berlusconi. «Prodi ha commesso sbagli terrificanti. L´indulto è stato voluto da tutti e non riconosciuto da nessuno, lasciando nell´opinione pubblica l´impressione che servisse solo ai politici per sistemare i fatti loro. Sul caso Telecom gli italiani non hanno capito quello che ha fatto il loro presidente del Consiglio, però sono rimasti con la sensazione che abbia combinato qualcosa di losco: errore devastante per la sua immagine. Ma la mossa più grave Prodi l´ha compiuta con la Finanziaria. Legittimando, a posteriori, la campagna elettorale del centro-destra, che aveva detto: attenti italiani, questi vi aumenteranno le tasse e si divideranno subito dopo la vittoria. Esattamente quello che è successo».

Le tasse, le tasse. Ecco il tasto su cui battono tutti. «Ma il fatto è – spiega Gavino Sanna, il guru dei pubblicitari italiani – che proprio Prodi aveva impostato la sua campagna elettorale su questa promessa: “Noi non aumenteremo le tasse”. Peccato che la sua prima mossa sia stata quella di alzare le tasse. Sono gli errori che la gente nota subito. Se poi queste cose me le dice uno che continua a ridere, in tv, io cittadino mi sento preso in giro. E´ mai possibile che un presidente del Consiglio non riesca a rimanere serio? L´ottimismo non c´entra, quello è un sorriso giulivo. Fuori posto. Gli italiani, anche in politica, hanno bisogno di sognare, di essere presi per mano da qualcuno che promette di portarli da qualche parte. Ecco, sinceramente io oggi non vorrei essere preso per mano da Prodi, perché non so dove mi porterebbe».

Sanna, che due anni fa si cimentò «per amicizia» nella comunicazione politica, organizzando la vittoriosa campagna di Renato Soru in Sardegna, sposta dunque l´accento dalla comunicazione al comunicatore. Se c´è qualcuno che ha sbagliato, dice chiaro e tondo, è proprio Prodi: «Appena è arrivato ha dato a Berlusconi la colpa dei conti in rosso. E sarà pure vero, non lo so, ma il leader, il capo, l´eroe, non deve mai cercare una giustificazione. Deve trovare il tallone d´Achille e colpire. Se però sono in 30 a decidere dov´è il tallone d´Achille, buonanotte!».

Attento Prodi, avverte Pagnoncelli, perché la stessa percezione di un sorriso può cambiare, nella testa della gente. «Il presidente del Consiglio, in una prima fase, trasmetteva rassicurazione, competenza, bonarietà sdrammatizzante. E dunque anche se usava parole incomprensibili ai più, come “cuneo fiscale” o “trimestrale di cassa”, suscitava lo stesso la fiducia degli elettori. Ma se poi i risultati non arrivano, subentra la delusione».

In controtendenza assoluta, Annamaria Testa (che la comunicazione la insegna all´università, oltre a essere stata l´autrice di cento fortunate campagne, a cominciare da quella della Ferrarelle, “Liscia, gassata o…») invita a sospendere ogni giudizio. «Un libro si giudica quando si arriva all´ultima pagina. Un film si giudica dopo la parola “fine”. Questo governo ha appena cominciato a lavorare, diamogli un anno di tempo e poi ne parliamo. I problemi che ha di fronte Prodi non si risolvono cambiando il colore della cravatta, andando un po´ di più in televisione o raccomandando ai ministri di non litigare. Certo, il problema della comunicazione esiste, ma a monte c´è il problema del linguaggio: io ho fatto uno studio, è risultato che quattro italiani su cinque non capiscono il linguaggio dei telegiornali, capiscono solo le figure. Se uno ha un pubblico di sordi, può parlare quanto vuole».

Benissimo, ma se dovesse dare un consiglio a Prodi, alla luce di tutto questo cosa gli direbbe? «Gli direi: incrocia le dita e aspetta che passi la nuttata. Poi, con calma, si ragiona. Dopodiché, certo, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli per come è stata gestita la comunicazione del governo Prodi. E non vorrei proprio essere nei panni di chi deve gestirla in questo momento. Però adesso calmi, zitti, buoni e nervi saldi».

E un paio di consigli all´avversario del suo ex principale li dà anche – e gratis – Luigi Crespi, l´uomo che cinque anni fa si inventò il “contratto con gli italiani”. «Primo, non insista col “cuneo fiscale” che evoca immagini sodomite. Non ripeta che ha trovato un buco nella cassa o che i giornali ce l´hanno con lui, perché queste sono le parole di Tremonti e di Berlusconi: farle proprie significa accettare che il Cavaliere tracci i confini culturali, o inculturali, della politica italiana. Secondo, quando parla davanti alle telecamere stia molto attento alle parole che usa. Sia un po´ meno Fantozzi e un po´ meno arrogante: prenda esempio da D´Alema che ha imparato benissimo la lezione. E comunque si ricordi che siamo solo all´inizio: nulla è compromesso. Se glielo dico io…».

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