I BUONI DELLA POSTA BATTONO I FONDI 48 A 5

29 Luglio 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Com’è possibile che da inizio 2008 siano usciti dai fondi d’investimento italiani solo 70 miliardi di euro? Anziché alzare alti lai per deprecare la cosiddetta fuga dai fondi, questa è la vera domanda da porsi.

Sorvoliamo sulla questione che tale dato andrebbe preso con le molle. Proviene infatti dalla principale organizzazione dell’industria patria del risparmio gestito (Assogestioni), che indiscutibilmente è un soggetto di parte. Pare per esempio che trascuri, per incompetenza o furbizia, i flussi dovuti alla distribuzione di proventi. Possiamo considerarlo comunque indicativo dell’ordine di grandezza di un fenomeno, che è sconcertante appunto per le sue limitate dimensioni.

Sulla base dei danni che il risparmio gestito ha provocato e provoca ai risparmiatori italiani, c’era da aspettarsi ben altro. Cioè un’uscita in massa dei circa 1.000 miliardi che continua ad avere sotto le sue grinfie, salvo qualche decina di miliardi, gestiti magari benino.

Rendimenti vicini allo zero. Guardiamo la tabella in basso: i numeri che riporta non si basano su indiscrezioni, pareri di opinionisti ecc., bensì su dati rigorosamente pubblici. Vengono però tenuti accuratamente nascosti da tutti quei docenti universitari e giornalisti la cui prima preoccupazione sono i profitti dell’industria del risparmio gestito.

Eppure il periodo esaminato è molto significativo: a metà giugno 1998 parte la cosiddetta tassazione dei capital gain, sei mesi dopo arriva l’euro sui mercati finanziari, contemporaneamente vengono riorganizzate le categorie dei fondi, molti cambiamo tipologia ecc.

Ebbene, sono dieci anni che i clienti dei fondi guadagnano in media lo 0,5% l’anno, cioè praticamente nulla. Quasi come aver tenuto i soldi sotto il mattone. Bastava lasciarli su un libretto postale, un conto di deposito ecc. per ottenere di più.

Se infatti consideriamo 193.627 lire, ovvero l’equivalente di 100 €, investiti a metà 1998 nei fondi comuni italiani, scopriamo che in media a metà 2008 erano diventati la bellezza di 105,1 €. Lo dicono gli indici generali dei fondi elaborati dalla Fideuram. Di nuovo è una fonte di parte, ma possiamo escludere che i dati siano stati taroccati per farli apparire peggiori che nella realtà; semmai sono stati abbelliti.

Singoli fondi si sono discostati da tale performance, ma essa indica che per la maggior parte essi hanno registrato perdite più o meno pesanti o, nei casi migliori, guadagni nominali irrisori. Il dato medio è poi significativo per le gestioni patrimoniali in fondi (Gpf) che di regola vengono confezionate mescolando decine di fondi dalle politiche di gestione alquanto diversificate.

Il peggio è che in termini reali la stragrande maggior parte dei clienti dei fondi ci ha rimesso di brutto. Ragionando in potere d’acquisto, essi avevano 100 € e si sono ritrovati a fine giugno scorso con più solo 84 €. Ciò significa un –16% (meno sedici per cento).

Distruggere ricchezza. C’è veramente da non crederci, in quanto tale perdita non è dipesa dall’andamento dei mercati finanziari. È tutta colpa dei gestori e ovviamente delle banche, assicuratori, promotori finanziari ecc. che gli hanno dato in pasto al risparmio gestito così tanti soldi, raccolti fra i propri clienti. Si stima infatti che esso abbia messo le mani sul 40% della ricchezza finanziaria degli italiani.

Se però il cliente dei fondi comuni in media non ha guadagnato quasi nulla neppure in termini monetari, tutt’altri risultati ha ottenuto il suo amico, il suo collega, sua madre ecc. che non si erano spossessati dei propri risparmi. Anche con competenze modestissime e impegno minimo, nello stesso periodo hanno di regola incrementato il proprio gruzzoletto o magari il proprio ingente patrimonio. Il risparmio gestito è infatti democratico: proporzionalmente danneggia il ricco erede circa quanto erode i 20 o 30 mila euro del piccolo risparmiatore.

Sempre la tabella in basso riporta le performance dei più significativi investimenti mobiliari dei risparmiatori italiani. Tutti hanno reso di più: i Bot, i Cct, i Btp, in media le stesse azioni italiane e persino i buoni fruttiferi postali. Questo è il colmo: la proverbiale vecchietta, che poi magari era un ingegnere trentenne, ha ottenuto il 48% anziché il 5%.

Sono migliori i rendimenti nel decennio anche per le azioni europee (+1,6% netto l’anno) e invece negativi per quelle americane (-0,7%), che non sono certo l’investimento tradizionale prevalente di un normale risparmiatore italiano. Insomma, comunque la si giri, si giunge a conclusioni analoghe a quelle delle pregevoli ricerche dell’ufficio studi di Mediobanca, diretto da Fulvio Coltorti. La gestione professionale del risparmio funziona così, bellezza!

Rigirare la frittata. Perché, malgrado l’evidenza dei fatti e contro la propria convenienza, così pochi riescono a liberarsi dai lacci e lacciuoli che li tengono imbrigliati nel risparmio gestito? In parte sono frenati da trappole contrattuali, quali le furbesche commissioni di uscita dai fondi, o dalla convinzione infondata che sia sbagliato smobilizzare un investimento in perdita.

Poi ce la mettono tutta molti organi d’informazione. Ecco per esempio Marco Liera che proprio nell’ottobre 1998 nel libro “Investire in fondi comuni” del Sole 24 Ore (ISBN 88-7187-908-2) dava ordini ai risparmiatori italiani: “I fondi comuni azionari non sono autobus dai quali si entra e si esce a piacimento: richiedono fedeltà assoluta!” (pag. 51, in neretto). Come dire? Ammettiamo che uno si accorga che il suo fondo è gestito malissimo, che da anni perde mentre gli altri guadagnano ecc. Ebbene, deve continuare a rimetterci per far contenti i giornalisti confindustriali.

Impiegati di banca e promotori sono poi esperti nel manipolare la realtà quando il cliente manifesta la propria insoddisfazione. Esiste tutta una serie di tecniche per fargli credere che le perdite sono imputabili a sue scelte sbagliate, quando invece sono regolarmente dovute a inettitudine o malversazioni di gestori e intermediari vari, nonché ai consigli dannosi fornitigli.

L’industria del risparmio gestito ha addirittura forzato una disciplina, cioè la finanza comportamentale, al fine di rigirare meglio le carte in tavola e ribaltare sui risparmiatori le responsabilità del suo fallimento.

Padroni dei propri soldi. È vero che al deflusso dai fondi comuni, sostanzialmente iniziato nel 2007, concorrono pure altre cause. Da un lato i travasi pilotati verso fondi di diritto estero, ancor meno trasparenti, soggetti ad ancor minori controlli e svantaggiati fiscalmente in caso di perdite. Dall’altro quelli verso altri prodotti-trappola del risparmio gestito, a volte persino un poco peggiori (obbligazioni strutturate, formule pseudo-previdenziali ecc.).

È però un fatto che, a fronte di anni e anni di perdite o di rendimenti prossimi allo zero, i risparmiatori incominciano a capire che l’errore sta nel manico. E la soluzione migliore è riprendere in mano il controllo dei propri quattrini, per metterli titoli di stato, buoni postali indicizzati all’inflazione ecc. o addirittura anche solo in conti di deposito (Conto Arancio, Banco di Santander, Chebanca ecc.). Questo però non lo dicono i tanti giornalisti ed economisti in quota al risparmio gestito.

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