I bond italiani restano piu’ solidi di quelli spagnoli

16 Luglio 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – Il declassamento di due gradini della qualita’ del credito italiano ha mandato su tutte le furie le autorita’ italiane, Consob compresa, ma secondo alcuni economisti dal punto di vista dell’incertezza politica il concetto espresso e’ giustificato. Qualche dubbio nasce se si va ad analizzare il quadro dal punto di vista del rientro di bilancio e non della crescita o dell’instabilita’ governativa nel 2013.

“La decisione e’ completamente ingiustificata e sbagliata, non tiene conto del lavoro effettuato dal nostro paese”, ha tuonato il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera dopo aver saputo della decisione di Moody’s di abbassare a Ba2 il rating. Anche in considerazione del fatto che a inizio luglio il premier Mario Monti ha confermato di voler ridurre il deficit del bilancio pubblicalo al 2% del Pil, contro il 3,9% del 2011.

All’ultima emissione di venerdi’ – giudicata contrastata dagli economisti – la domanda e’ continuata a restare su livelli soddisfacenti, ma i mercati sono preoccupati per le prospettive di crescita negativa o comunque anemica non solo in Italia ma in tutta l’Eurozona.

Il difficile contesto economico rischia di intrappolare l’Italia in un circolo vizioso, con la recessione che compromette le entrate fiscali, aumentato il buco del debito pubblico – salito a un nuvo record di 1.966,303 miliardi in maggio – un peso che diventerebbe insostenibile sul medio termine se i costi di rifnanziamento rimangono sui livelli elevati attuali. Livelli giudicati all’unamita’ esagerati dagli analisti.

Peter Bofinger, lo stesso consigliere del governo tedesco che la settimana scorsa aveva detto che Monti fa bene a pretendere uno scudo riduci spread, ritiene che i costi di rifinanziamento elevati dell’Italia non sono giustificati.

“E’ difficile capire perche’ l’Italia che ha un deficit fiscale dell’1,7% dovrebbe pagare il 6-6,5%, mentre il Regno Uniuto il cui deficit e’ pari al 7,7% puo’ rifinanziare a un tasso del 2%”. Cosi’ ha dichiarato in un’intervista concessa al Corriere della Sera.

Al contrario degli altri paesi del Sud d’Europa, l’Italia dovrebbe riuscire a raggiungere gli obiettivi di budget per tenere il defifit sotto il 3%, secondo le stime di Jörg Krämer, chef économiste di Commerzbank.

Allo stesso temo il paese potrebbe dover fare ricorso ad aiuti esterni e fondi salva stati Ue. Persino Mario Monti non ha escluso una simile possibilita’.

La buona notizia e’ che il downgrade non ha avuto un grande impatto sull’asta a medio e lungo termine di venerdi’. Sul secondario i tassi sul decennale rendono il 6% contro il 6,7% della Spagna.

Secondo Stefan Keitel, responsabile globale degli investimenti presso Credit Suisse, l’Italia “non ha gli stessi problemi della Spagna e della Grecia”. Roma puo’ fare affidamento sull’industria del Nord e i tassi di disoccupazione sono della meta’ inferiori a quelli della Spagna. Piu’ che a essere alti i rendimenti italiani, sono quelli di Germania e Usa a essere sottovalutati.

In maggio i livelli di disoccupazione erano alti in italia, ma il 10,1% si confronta con la media del 10,3% dell’Ue e contro il 24,4% della Spagna e il 22,5% della Grecia. Se il deficit verra’ portato al 2% quest’anno, come promesso da Monti, restera’ molto piu’ basso di quello spagnolo, che si prevede venga abbassato al 5,3%, contro l’8,5% dell’anno scorso.

Ciononostante l’Italia non si puo’ permettere passi falsi vista la taglia enorme del suo debito: 126% del Pil nel 2012, secondo le stime del FMI. E’ piu’ alto dell’Irlanda (116%), del Portogallo (114%) e della Francia (90%). In questo contesto, qualsiasi cattiva notizia e’ chiaro che ha il potenziale di innervosire gli investitori, come e’ successo giovedi’ cone i dati sulla produzione industriale, che in Italia sono risultati in ribasso del 6,9% in maggio.

Come se non bastasse la situazione politica del dopo Monti e’ quanto mai incerta. Come del resto sottolineato dall’agenzia di rating Moody’s. Il tempismo puo’ essere anche sospetto, ma secondo alcuni economisti come Alberto Bisin della New York University, le giustificazioni politiche sono inattacabili.

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