I 30 DENARI DI MARCHIONNE

26 Ottobre 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
La decisione della Fiat di riconoscere unilateralmente ai dipendenti un aumento di 30 euro, oltre che un (modesto ma reale) riconoscimento dell’apporto dei lavoratori ai risultati dell’impresa, è un sasso lanciato nelle acque stagnanti dell’obsoleto sistema di contrattazione salariale. E’ come dire che, se si chiedono aumenti legati ai risultati, i soldi ci sono e che è interesse anche delle aziende che il sindacato torni al suo mestiere di agente salariale, come anche la Confindustria.

Se invece, come continua a fare Guglielmo Epifani, ci si occupa soprattutto del rapporto con la politica, non si dà la giusta retribuzione al lavoro e s’impedisce alle aziende di perseguire i loro obiettivi in un clima di pace sociale. L’attacco alla retorica inconcludente delle rappresentanze, per quanto implicito, non avrebbe potuto essere più efficace. Infatti c’è stato addirittura chi, nel sindacato, ha parlato di atto “ostile”. Con la carota degli aumenti, infatti, s’intravede il bastone di una trattativa diretta tra impresa e lavoratori, che tagli fuori le rappresentanze esterne, esperienza che la Fiat di Vittorio Valletta ha già realizzato con successo negli anni Cinquanta.

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L’imbarazzo di Cgil, Cisl e Uil è la prova di quanti danni abbia fatto ai sindacati il mito della concertazione con la politica. Sembra quasi che più soldi ai lavoratori significhi meno potere ai sindacati. Quando l’obiettivo prioritario delle organizzazioni dei lavoratori dovrebbe proprio essere il miglioramento, soprattutto dal punto di vista salariale, delle condizioni dei lavoratori.

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