HOTEL
CON VISTA LUXURY

7 Novembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Ogni anno, quando leggo lo studio di Merrill Lynch e Capgemini sulle ricchezze personali, mi stupisco e mi dico: accipicchia, guarda quanto crescono i ricchi nel mondo. Poi mi frego le mani perché la potenziale clientela dei nostri alberghi aumenta…

A parlare è Gabriele Burgio, amministratore delegato per l’Italia della catena spagnola NH Hoteles. Ma a tener d’occhio quegli 8,7 milioni di esseri umani che, secondo l’ultimo World Wealth Report, dispongono di un patrimonio finanziario netto superiore al milione di dollari, è tutto il settore italiano degli hotel di lusso. Perché la clientela domestica vale intorno al 20 per cento, per i 5 stelle o i 4 stelle di altà qualità.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link INSIDER

Il grosso del pubblico danaroso arriva dagli Stati Uniti e dall’Asia, dalla Russia e dalla vecchia Europa. A metà dicembre, a Milano, debutterà il primo hotel a 7 stelle: nelle 25 suite con prezzi da 800 a 4 mila euro a notte, il cliente avrà l’assistente personale.

Disegnato da Ettore Mochetti, il Town House è gestito dalla famiglia Rosso, si affaccia sulla Galleria Vittorio Emanuele, che collega piazza del Duomo con piazza della Scala, e si sta facendo certificare le 7 stelle – che in Italia non esistono – dal manager che ha rilanciato la grande la Fiat. Già, perché della SGS di Ginevra, che s’è inventata questo nuovo modello di classificazione alberghiera, Sergio Marchionne è il presidente, dopo esserne stato l’amministratore delegato.

Nella rincorsa al lusso e al cliente alto-spendente, Town House sarà inseguito dal 6 stelle dell’hotel-museo da 116 camere che gli spagnoli di SolMelià stanno realizzando da tre anni a Roma, sul Gianicolo, di fronte all’Università Pontificia. Un investimento da 60 milioni di euro su terreni che appartengono al principe di Torlonia, che ha fatto una joint-venture con SolMelià, cui è affidata la gestione. “Il pareggio? Ci arriviamo con il 65 per cento di occupancy rate, cioè di occupazione quotidiana delle camere”, dice Palmiro Noschese, il direttore generale di SolMelià per l’Italia, che segue da anni la realizzazione dello chiccosissimo hotel che nelle viscere custodirà i reperti archeologici ritrovati duranti i lavori e che ne hanno rallentato la marcia.

Gli hotel da sogno in galleria o affacciati sul Vaticano sono soltanto la punta dell’iceberg, perché l’h tellerie d’alto bordo ha davvero il vento in poppa: nella classifica basata sul numero di alberghi per paese, l’Italia è seconda solo agli Stati Uniti (che possono contare su circa 50 mila hotel, motel e strutture ricettive varie): dal 2000 al 2005, la quantità di hotel italiani operativi è rimasta stabile. Nello stesso periodo, però, i 5 stelle sono quasi raddoppiati, passando da 121 a 216 (mentre le camere sono salite da 11.452 a 19.615) e i 4 stelle sono aumentati di un terzo, salendo da 2.597 a 3.454.

Il mattone d’albergo deluxe piace alle griffes come Bulgari e Armani, Ferragamo e Versace, alle grandi catene alberghiere come Marriott, Four Seasons e AC Hotels (gli spagnoli che apriranno un 5 stelle anche a Brescia). E naturalmente agli sviluppatori come quelli che affiancano Armani e Versace nelle operazioni che hanno in cantiere a Dubai, dove entrambi apriranno nel 2008, e ai rampanti immobiliaristi tipo Giuseppe Statuto e Danilo Coppola.

Quest’ultimo ha appena comprato il mitico ma impolverato Grand Hotel di Rimini, mentre Statuto ha sborsato il prezzo per camera più alto al mondo (2 milioni di dollari a stanza) rilevando l’immobile che ospita il Four Seasons di Milano. È la quarta volta che il prestigioso albergo milanese passa di mano. Ad assistere i diversi venditori sono sempre stati i consulenti immobiliari specializzati di Jones Lang LaSalle Hotels, guidati da Roberto Galano.

Nel 1996, quando la bolla immobiliare nel quadrilatero della moda era già esplosa, i giapponesi se ne liberarono, recuperando 80 milioni di dollari, circa la metà di quanto avessero speso per svilupparlo. Poi il Four Seasons s’è ingrandito, il mercato del luxury s’è messo a galoppare e, stavolta il venditore, Quinlan Private, un fondo di private equity irlandese, ha incassato oltre 200 milioni di euro.

Copyright © L’espresso per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved