HERMANN VON S.
L’UOMO CHE SI OPPOSE AI PRINCIPI DI TORINO

27 Gennaio 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Dicono che per capire i meccanismi che muovono il sistema di potere torinese occorre aver presenti, innanzitutto, Filippo Juvara e Guarino Guarini, maestri del barocco piemontese, inarrivabili nel mescolare, al rigore geometrico delle strutture, significati simbolici irrazionali e una straordinaria fantasia scenografica. Chi lo conosce bene dice che Enrico Salza, presidente del SanPaolo Imi, al centro di molti snodi di potere torinese, sia un personaggio che ai due architetti secenteschi sarebbe piaciuto molto: imprenditore di famiglia e banchiere di professione, con la passione per l’editoria (per anni ha firmato con lo pseudonimo di Hermann Von S. una newsletter di taglio politico inviata a una ristretta élite) e soprattutto con l’ambizione di svolgere un ruolo di mazziere nei giochi che contano in città.

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Nato a Trofarello, microscopica località della cintura torinese, Salza è cresciuto col mito dell’imprenditore che si fa da sé, che non si piange addosso (“aiutati che Dio t’aiuta”) e che non teme l’avventura (“ci vorrebbe più gente come mio nonno: che all’inizio del ’900 si sobbarcò tre mesi di navigazione per andare ad aprire uno stabilimento in Brasile”). Il gusto per l’innovazione, del resto, lo ha ampiamente dimostrato fin dai tempi in cui, giovane confindustriale, fu tra gli ispiratori di quel Rapporto Pirelli che cambiò volto all’associazione. Molto gli deve anche il Sole 24 Ore, di cui è stato abile amministratore e che grazie alla sua spinta (e alla geniale idea di nominarne Mario Deaglio direttore) ha iniziato il percorso che lo ha portato a diventare quel quotidiano autorevole che è oggi.

Più che nella Confindustria, tuttavia, il vero centro di potere di Salza va individuato nella Camera di commercio di Torino, di cui è stato a lungo presidente: un ponte di comando dal quale governava la città, banche e fondazioni comprese. Liberale di formazione, molto legato a Valerio Zanone, oggi vicino all’Ulivo e ai prodiani, Salza conta amicizie trasversali che vanno da Bruno Ermolli a Fabrizio Palenzona, da Carlo Callieri, già manager Fiat e vicepresidente di Confindustria, al sindaco Chiamparino e alla governatrice Matilde Bresso. Quanto ai nemici, si dice siano parecchi, anche se non dichiarati: la guerra, almeno a Torino, non gliela fa volentieri nessuno, tale è la sua reputazione di orco buono, ma anche di elefante dalla formidabile memoria, che non dimentica mai un torto subito.

Lo scontro per la Stampa

L’ultimo strappo con la Fiat, sancito dalle dichiarazioni alla Repubblica – “basta con i principi rinascimentali” – può essere letto come replica alle accuse mosse dall’amministratore delegato e dal presidente della Fiat, Sergio Marchionne e Luca di Montezemolo, al SanPaolo, per aver ceduto senza preavviso il pacchetto di azioni del gruppo torinese che la banca si era ritrovato alla scadenza del convertendo nel settembre scorso. Un attacco che Salza ha trovato decisamente fuori luogo: essendo illegale, oltretutto – ha detto – un preavviso in queste materie. Ma qualcuno ricorda una analoga dichiarazione di Pietro Modiano (“non siamo stati avvertiti”) quando fu la Fiat a fare al SanPaolo la sorpresa dell’equity swap che dava alla famiglia Agnelli circa l’8 per cento del capitale che li riportava a quel 30 per cento sufficiente per il controllo del gruppo.

Successivamente Modiano (che al SanPaolo è arrivato un anno fa, chiamato proprio da Salza) precisò che non di disappunto si trattava, ma della conferma che tutto si era svolto all’insegna della massima correttezza: certe cose si fanno, non si dicono. Non prima, almeno. Sorpresa per sorpresa, correttezza per correttezza, dunque. Convinto di possedere grandi doti di stratega, sicuramente dotato di un grande fiuto tattico, sta di fatto che negli ultimi mesi Salza si è proposto talvolta come grande alleato della Fiat, altre decisamente in rotta di collisione con l’azienda e i suoi vertici. Luca di Montezemolo, che potè contare sul suo appoggio all’epoca della corsa per la presidenza di Confindustria, come presidente Fiat oggi non gode evidentemente della sua simpatia (si sono scontrati duramente per la successione di Marcello Sorgi alla direzione della Stampa).

Percorso inverso con Umberto Agnelli: per anni considerato da Salza un nemico, quando il fratello minore di Giovanni tornò brevemente a capo del gruppo ebbe nel banchiere un solido alleato. Un rapporto stretto dal quale, si dice, prese il via l’ascesa di Salza ai vertici della banca (mentre in parallelo Franzo Grande Stevens assumeva la presidenza della Compagnia di SanPaolo) e che ancora oggi farebbe di lui un solido punto di riferimento per quella parte degli azionisti Fiat che a Umberto erano più legati.

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