HEDGE FUNDS: STRUMENTI DI DISTRUZIONE DI MASSA

12 Ottobre 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Ora l’obiettivo prioritario deve essere evitare una nuova Grande Depressione. Infatti i ripetuti interventi di governi e banche centrali non stanno riuscendo nemmeno ad arginare l’incendio che sta bruciando il sistema bancario né ad impedire che le fiamme avvolgano anche l’economia reale, che non sta rallentando, ma letteralmente bloccandosi.


Il crollo delle borse degli ultimi giorni è solo l’ultimo tassello del processo di implosione del sistema finanziario e della presa d’atto che l’economia globale sta cadendo in una recessione profonda, che rischia di sfociare in una spirale deflazionistica e in una depressione.


L’epicentro della crisi – è bene ripetere – risiede nel mercato interbancario, in quello monetario e in quello dei capitali, che sono di fatto chiusi. Uno dei mercati in cui vi è ancora un po’ di liquidità è quello azionario. La caduta delle borse di questi giorni è dovuta a due fattori.


Inanzitutto, fondi di investimento e soprattutto Hedge Funds, che stanno accusando pesanti perdite e si trovano a dover far fronte ad un’impennata di richieste di riscatto da parte degli investitori, che si stanno finalmente accorgendo in quali perversi strumenti di distruzione di ricchezza e dell’intera economia si sono infilati, stanno liberandosi di tutto ciò che è ancora possibile vendere per fare cassa.

Tra queste attività primeggiano le azioni. I titoli più penalizzati sono infatti quelli definiti difensivi (alimentare, farmaceutico, utlities, ecc.), meno sensibili all’andamento congiunturale, e quelli a maggiore capitalizzazione, meno colpiti dalla chiusura delle vie di rifinanziamento. Gli altri titoli in forte ribasso sono quelli ciclici (auto, distribuzione, ecc.), a conferma che la borsa ritiene che l’economia stia cadendo in una severa recessione.

La borsa sta agendo come un notaio che prende atto della drammaticità della situazione esasperata dagli scarsi risultati finora ottenuti dai continui interventi di governi e banche centrali.

Ora l’obiettivo non può più essere limitato al salvataggio del sistema bancario: occorre impedire che l’incendio della carta straccia prodotta dalla finanza non bruci anche l’economia reale, ossia che non si traduca in una catena di fallimenti di imprese e quindi in una drammatica distruzione di posti di lavoro. In altre parole, bisogna evitare che la recessione già iniziata sia negli Stati Uniti sia nella maggior parte dei paesi europei sfoci in una spirale deflazionistica e in una nuova Grande Depressione.

I meccanismi che portano a questo sbocco sono già in azione. L’attuale forte contrazione del credito concesso a famiglie e imprese sta producendo, da una parte, una forte diminuzione dei consumi (si veda, ad esempio, il crollo delle vendite di automobili negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei) e dall’altra la riduzione della produzione e la cancellazione dei piani di investimento da parte delle imprese.

Il conseguente aumento della disoccupazione e la distruzione di ricchezza prodotta dal calo dei prezzi delle case e dall’evaporazione di miliardi e miliardi nell’incendio dei mercati finanziari non fanno che accelerare questo processo.

Occorre pertanto risolvere rapidamente due problemi: la contrazione dei consumi e degli investimenti e la difficoltà di accesso al credito di famiglie e imprese. Nel primo caso le banche centrali dovrebbero ridurre drasticamente il costo del denaro, facendolo scendere poco al di sopra dello zero, e i governi dovrebbero immediatamente varare grandi pacchetti di rilancio economico basati su investimenti pubblici e non tanto sul taglio delle tasse (che in questa situazione di panico si tradurebbe più in un aumento del risparmio che in un aumento dei consumi).

Ciò non basta. Occorre in qualche modo riaprire il mercato del credito. Gli scarsi risultati degli interventi susseguitisi nelle ultime settimane dimostrano che questo è il problema più difficile da risolvere. In tale ottica non bisognerebbe nemmeno escludere la trasformazione delle banche centrali in banche commerciali, come già sta facendo la Federal Reserve, che non solo fornisce liquidità alle banche, ma sostiene quello che resta del mercato monetario e ora sta anche finanziando a breve termine le imprese americane, cercando in tal modo di tenere aperto il mercato dei commercial papers.

Purtroppo banche centrali e governo sembrano ancora lontani dal prendere in considerazione iniziative del genere: infatti continuano ad impegnare moltissime risorse pubbliche per salvare le case (ossia le banche e il sistema finanziario) e a non prestare attenzione agli inquilini (famiglie ed imprese).

Salvare le case sembra essere l’unico obiettivo del segretario al Tesoro Henry Paulson, che ha ufficialmente dichiarato che il governo sta studiando seriamente l’ipotesi di una ricapitalizzazione del sistema bancario americano da parte dello Stato federale. L’ex numero uno della Goldman Sachs ammette così implicitamente che il maxipiano è già fallito e che è meglio investire i 700 miliardi dollari nella nazionalizzazione delle banche.

In pratica l’amministrazione Bush sta cominciando a pensare di copiare il piano del governo britannico, che si ripromette di usare i fondi pubblici per ricapitalizzare le maggiori banche inglesi. Questa virata dimostra che a guidare i pompieri del mondo non vi è solo l’uomo che ha diretto la maggiore banca di investimento, ossia uno dei maggiori responsabili dell’attuale marasma, ma anche che la strategia di Paulsono è confusa e pericolosa.

La precedente decisione di lasciar fallire la Lehman Brothers ha del resto fatto precipitare la crisi ed era stata quindi un segnalwe premonitore.
Anche per questi motivi è più che giustificata la paura che questa crisi si trasformi in un dramma che potrebbe condizionare la nostra vita e quella dei nostri figli per parecchi anni.

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