0 .5

Valanga di buy: come capire se il rating è affidabile

Rating, la guida 5° Lezione

15 Gennaio 2018, di Laura Naka Antonelli

Come abbiamo visto il giudizio dei broker non può essere considerato sempre super partes. Bisognerebbe andare a controllare se chi ha emesso il giudizio ha una partecipazione nella società quotata oggetto della valutazione o se ha intenzione di possedere una partecipazione in futuro.

Inoltre siccome il rating una volta espresso potrebbe avere un impatto sull’andamento del titolo in Borsa, chiaramente è possibile che in alcuni casi i broker abbiano secondi fini.

Per questo occorre innanzitutto verificare che le analisi siano ben supportate dai fatti.

Le autorità di regolamentazione dei mercati hanno cercato di intervenire per mettere un freno ai presunti conflitti di interesse tra chi giuica e chi viene giuicato. Un paper pubblicato sul Journal of Accounting & Economics ha analizzato i rating delle banche d’affari e case di brokeraggio per scoprire se la distribuzione di questi possa essere usata per prevedere l’efficacia delle raccomandazioni sui titoli quotati. E se le nuove regole per aumentare la trasparenza (le norme della NASD Rule 2711) introdotte a metà anni 2000 abbiano avuto un impatto.

A metà anni 2000 la percentuale di buy ha raggiunto il 74% delle raccomandazioni complessive mentre la quota di sell è scesa ad appena il 2%, alimentando i sospetti di un conflitto di interesse esistente.

Il Congresso Usa e le autorità di regolamentazione dei mercati hanno monitorato con sempre più attenzione gli sviluppi da quel momento in poi, per stabilire se i rating riflettano effettivamente le convinzioni reali dei broker.

Tra le conclusioni a cui le autorità sono arrivate c’è il fatto che le raccomandazioni sono state influenzate dalla volontà di attirare o consolidare il business degli investimenti finanziari.

Il calo pesante dei mercati tra il 2000 e il 2002, in seguito allo scoppio della bolla tecnologica dot com, che ha coinciso con l’ottimismo crescente sull’andamento dei titoli a Wall Street, non ha fatto che alimentare i dubbi di politici e Sec (la Consob americana) circa i conflitti di interesse in essere.

Nella loro analisi i ricercatori delle Università di California, Michigan e Stanford, hanno analizzato 438 mila raccomandazioni emesse da oltre 12 mila società durante il periodo che è andato dal 1996 al 2003. La percentuale di buy è aumentata nettamente nella prima parte dell’arco di tempo preso in esame.

Dal 60% del primo trimestre del 1996, i rating di buy sono aumentati gradualmente fino a raggiungere il 74% del totale alla fine del secondo trimestre del 2000. Nello stesso periodo, i sell (inclusi i strong sell) sono calati dal 4 al 2%, mentre i giudizi di hold sono scesi dal 36 al 24%.

Da quel momento in poi i buy si sono ridotti di numero, assestandosi al 42% del totale a giugno 2003. Il numero di sell è invece aumentato al 17%, mentre gli hold sono saliti al 41%. Una delle spiegazioni di una simile inversione del trend è senza dubbio da ricercare nel peggioramento delle condizioni economiche, che ha avuto un impatto negativo sulle attese degli analisti circa la performance dei titoli scambiati in Borsa.

Ma questo fattore da solo non basta per spiegare la svolta, dal momento che i rating degli analisti hanno continuato a deteriorarsi anche quando l’economia e il mercato azionario hanno incominciato a recuperare terreno.

Gli studiosi hanno provato a dimostrare se esiste un legame tra la distribuzione dei rating degli analisti e l’efficacia delle loro raccomandazioni.

I dati empirici mostrano chiaramente che i prezzi di mercato reagiscono alle informazioni contenute nei report dei broker ma con una certa lentezza. I rating di buy dei broker che sono meno propensi a emettere i buy sono solitamente più affidabili dei rating di quelle banche che sono più ottimiste, mentre le loro raccomandazioni di sell si rivelano essere meno efficaci.

Le promozioni a buy dei broker che emettono meno buy hanno avuto un risultato decisamente migliore rispetto a quelle dei broker che invece emettono giudizi positivi più facilmente. La performance è stata di gran lunga migliore, di 50 punti base al mese per l’esattezza.

Al contrario, i downgrade a hold o sell dei broker che emettono il numero minore di buy rispetto alla media, ha reso decisamente meno rispetto alle revisioni al ribasso decise da chi invece tende a emettere più giudizi di buy. In questo caso la differenza è di 46 punti base al mese.

I risultati della ricerca ci dicono che la pubblicazione della distribuzione di tutti i rating azionari dei broker, come richiedono le nuove norme in materia, avrebbe aiutato molto gli investitori nella loro valutazione dei report degli analisti nel periodo preso in esame (1996-2003).

Significa che le nuove regole hanno avuto un effetto positivo. Sono riuscite a ‘disciplinare’ i broker che tendevano – per un motivo o per l’altro – a emettere un numero più alto di buy rispetto alla media, come dimostra il calo netto della percentuale di buy sul totale dei rating emessi a cominciare da metà 2000, quando è stato implementato il nuovo regime della NASD Rule 2711.

I buy sono constantemente aumentati di numero dal 1996 al 2000. A un certo punto erano in proporzione di 35 per ogni sell. Da metà anni 2000 la percentuale è diminuita progressivamente fino ad arrivare al rapporto di 3 a 1 a giugno del 2003.

La riduzione è stata causata, in parte, dal deterioramento dell’economia e dal ribasso dei mercati azionari, ma anche dall’implementazione delle nuove norme che hanno aumentato la trasparenza in materia.