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Speculazioni, quando si parla di attacchi finanziari

30 Settembre 2016, di Alberto Battaglia

Si sente spesso parlare di speculazioni finanziarie in relazione alle crisi. Non sempre, però, un attacco speculativo sfocia in una crisi finanziaria vera e propria, ma spesso la cavalca e, qualche volta, ne è causa determinante. Si potrebbe definire l’attacco finanziario come l’azione simultanea di un vasto numero di investitori i quali hanno formulato aspettative analoghe su un futuro andamento del mercato. Quando ciò avviene è possibile che le operazioni di questi investitori realizzino, o contribuiscano in maniera determinata a realizzare, l’aspettativa sulla quale essi hanno scommesso. Il fenomeno delle speculazioni pone seri interrogativi sull’eventualità che un certo numero di attori molto influenti possano accordarsi per dirigere le aspettative del resto del mercato, influenzando così le sorti finanziarie di interi Paesi.

Nel corso del 2016, molto si è parlato di speculazione in relazione al drammatico calo dei titoli azionari delle banche italiane: nelle prime fasi di questa potenziale crisi bancaria autorità come la Consob o Bankitalia, affermavano che, a fronte di banche fondamentalmente solide, la finanza si stesse accanendo in modo ingiustificato, speculando, appunto. Nei mesi successivi è risultato assai più chiaro che il momento di affrontare costose dismissioni di crediti deteriorati avrebbe colpito i bilanci di numerosi attori bancari del nostro Paese e che quindi, come spesso avviene, le aspettative del mercato si erano mosse sulla base di alcune ipotesi concrete. Anche se, di certo, questo fenomeno non è stato di aiuto alle banche in difficoltà.

Speculazioni finanziarie e crisi valutarie

Oltre alle crisi bancarie è noto come gli attacchi speculativi siano fortemente coinvolti nelle crisi valutarie, ossia quelle nelle quali, a seguito di forti deficit correnti, un Paese è costretto ad abbandonare un determinato tasso di cambio, causando deprezzamenti più o meno pronunciati. In tali casi (come risulta evidente nei celebri modelli elaborati in merito dagli economisti Paul Krugman o da Maurice Obstfelt) uno sbilanciamento nei fondamentali di un’economia, come un forte deficit commerciale unito a un elevato disavanzo pubblico, può generare negli operatori l’aspettativa di un’imminente svalutazione. Quest’ultima può sempre avvenire anche nei casi in cui la valuta in questione sia ancorata (con un “Peg”) a monete forti come il dollaro.

Il passo successivo è, appunto l’attacco speculativo sulla base di quest’ipotesi: il che implica la vendita degli asset denominati nella moneta della quale si teme (o si vuol causare per poi sfruttare a proprio vantaggio) la svalutazione. Secondo il modello di Krugman, il contributo di operazioni speculative di questo tipo può rivelarsi determinate affinché la “scommessa” si realizzi: infatti, la fuga di capitali dovuta alla svendita (anche “allo scoperto”) degli asset peggiora ulteriormente la bilancia corrente del Paese che vede sempre più difficile mantenere stabili i suoi tassi di cambio. Infatti, se la banca centrale nazionale non dispone più di sufficienti riserve in valuta straniera per comprare asset denominati nella moneta locale, l’unica alternativa che resta è procedere alla svalutazione.

Speculazioni: ostacolano sostegno finanza alla società?

Il fenomeno delle speculazioni finanziarie è stato spesso causa di scetticismo sull’effettiva capacità della finanza di servire al meglio i bisogni di una società: se in un’ottica puramente individuale l’interesse verso il profitto dirige l’investimento ove, di norma, è più utile, ciò non è più vero se, per ottenere un guadagno, si cavalca l’onda di una speculazione. In fondo, anche il celebre economista John Maynard Keynes, aveva ben chiaro come, alle prospettive di profitto, si potesse sostituire il tentativo di cavalcare le mere aspettative degli altri operatori:

“Se vogliamo applicare il termine speculazione all’attività di prevedere la psicologia del mercato, e il termine intraprendenza all’attività di prevedere il rendimento prospettivo dei beni capitali per tutta la durata della loro vita, è certo che non sempre si verifica che la speculazione predomini sull’intraprendenza. Tuttavia, quanto più perfezionata è l’organizzazione dei mercati di investimento, tanto maggiore sarà il rischio che la speculazione prenda il sopravvento sull’intraprendenza. In uno dei maggiori mercati di investimento del mondo, New York, l’influenza della speculazione (nel senso suddetto) è enorme”.

In aiuto della speculazione, infatti, molto ha giovato l’organizzazione dei mercati su scala globale e la diffusione di strumenti derivati, che possono essere utilizzati non già per per ridurre il rischio in prospettiva di investimenti compiuti nell’economia reale, ma, appunto, come versatile mezzo di speculazione. Un celebre esempio nel quale entrambi i fattori entrano in gioco è il mercato del petrolio: nello specifico, le aspettative di prezzo possono essere gonfiate di molto dalle posizioni lunghe o corte nei mercati dei future.

L’aumento della speculazione, in tempi non lontani, aveva portato il prezzo del petrolio ai massimi picchi nel 2008: quanto sia stata effettivamente l’attività degli speculatori, più che le dinamiche di domanda e offerta del bene fisico, a determinare i prezzi della materia prima non è facile quantificarlo. E’ possibile leggere il parere di uno fra i maggiori produttori di greggio al mondo, però. Secondo quanto l’Arabia Saudita comunicò all’amministrazione Bush durante il picco di quell’anno, la speculazione era responsabile di circa 40 dollari sul prezzo del barile (che allora era arrivato a costare più di 140 dollari).