GUFI SMENTITI: PER L’AMERICA IL PEGGIO E’ ALLE SPALLE

11 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

Per l’America il peggio è alle spalle. L’economista di Global Insight, Nariman Behravesh, dalle colonne del Financial Times, critica fortemente tutti i gufi che in questi mesi hanno previsto per l’economia americana sciagure di tutti i generi, compresa quella della recessione: “hanno costantemente sovrastimato la sua vulnerabilità finanziaria – scrive l’economista – sottostimando invece la sua forza”.

D’altronde, ricorda l’autore, non è la prima volta che gli economisti hanno previsto per gli Usa un hard landing. E per venti anni hanno dovuto ricredersi. E anche questa volta per i gufi è andata male. Neanche il brusco rallentamento del mercato immobiliare – scrive Behravesh – ha messo un freno all’economia d’Oltreoceano.

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Spesso – scrive Nariman Behravesh – i pessimisti portano a giustificazione delle loro teorie il peggioramento della finanza pubblica. Tuttavia – continua – lo stato dei conti pubblici americani, se confrontato a quello della maggiori economie mondiali, non appare messo tanto peggio.

1 – Partiamo dal tasso di risparmio. Se è vero che gli americani hanno un tasso di risparmio negativo, è altrettanto vero che gli Stati Uniti sono in buona compagnia. Anzi, peggio della locomotiva a stelle e strisce sono messi paesi come la Finlandia, la Danimarca e l’Australia. Per non parlare del fatto che, da metà degli anni 80, un forte decremento della propensione al risparmio sì è verificata in Italia, Giappone, Canada, Corea del Sud e la stessa Australia.

2 – Debito privato. Spesso gli Stati Uniti sono presi di mira dagli economisti per avere un tasso di indebitamento troppo alto. In base alle stime dell’Ocse, la percentuale di indebitamento dei privati è del 130% negli Stati Uniti, stesso livello rilevato per il Giappone e il Canada. Peggio è messa la Gran Bretagna (155%). Poco distante la Germania (110%). Tradotto: lo stato delle finanze dei consumatori americani non è messo tanto peggio che in altri paesi.

3 – Passando invece ai conti pubblici, l’autore ricorda come nel 2006 il deficit statunitense si è atteso all’1,9% del Pil paragonato al +2,1% della zona euro, al 3% della Gran Bretagna e al 4,6% del Giappone.

4 – E ancora il debito pubblico. Sempre nel 2006, il rapporto debito/Pil viene stimato al 65%, meglio della media dei sette maggiori paesi industrializzati. Nello stesso anno di riferimento, l’economista di Global Insight ricorda che nella zona euro il rapporto debito/Pil è visto al 77% e addirittura al 175% in Giappone.

5 – Infine, il deficit della bilancia commerciale. Qui, il punto dolente. L’autore ammette che il disavanzo corrente degli Stati Uniti (al 6,5% del Pil), con l’unica eccezione della Spagna, è il peggiore tra tutti i paesi industrializzati. “Se alcuni analisti – aggiunge – vedono questo livello come insostenibile – è necessario considerare il dato in prospettiva”. Innanzitutto, l’economista di Global Insight ricorda come alcuni paesi (Australi, Nuova Zelanda, Canada e Spagna), pur in presenza di un deficit molto alto, non hanno avuto ricadute significative sulla crescita degli stessi.

L’autore conclude invitando gli osservatori pessimisti a una riflessione. Se l’America è ritenuta la principale responsabile degli squilibri finanziari mondiali, è altrettanto vero che la causa va cercata fuori dai confini americani. Una spiegazione più corretta dello stato attuale va individuata nel gap che separa la domanda americana da quella di Eurolandia e Giappone. Economie queste ultime, che continuano a mostrare consumi deboli, e la cui crescita resta trainata dalle esportazioni.

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