GUERRA O TSUNAMI? LA FINANZA NON SARA’ MAI PIU’ LA STESSA

12 Marzo 2009, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Il risultato del vertice del G20 che si terrà a Londra il prossimo 2 aprile sarà molto probabilmente solo quello di tenere aperta la strada di una soluzione multilaterale della crisi economica che ormai tocca in modo sempre più pesante ogni angolo del mondo.

Vi sarà un pressante invito degli americani ad ampliare le dimensioni dei piani nazionali di rilancio dell’economia, che si scontrerà con la resistenza tedesca, e verranno stabiliti alcuni principi che dovranno guidare la riforma dei meccanismi di funzionamento e di supervisione dei mercati finanziari.

Questi risultati, a prima vista molto deludenti, non sono assolutamente secondari. Per quali ragioni? Innanzitutto, tenere aperta la strada di una risposta comune deve essere considerato un successo, poiché la forza della recessione spinge ogni paese a pensare unicamente per sé. In secondo luogo, ogni riforma dei mercati finanziari non può essere disgiunta dal riconoscimento degli squilibri e dalla definizione di un nuovo assetto del sistema monetario internazionale.

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In pratica, occorre una nuova Bretton Woods, per strutturare una riforma seria e duratura dei mercati finanziari. I tempi però non sono ancora maturi per affrontare un’opera di quest’ampiezza. La conferenza di Bretton Woods ebbe luogo nel 1944, quando non solo era scontato l’esito del secondo conflitto mondiale, ma era anche evidente che gli Stati Uniti sarebbero stati la maggiore potenza del mondo occidentale. Oggi, invece, sono assolutamente imprevedibili i tempi e gli sbocchi di questa crisi, che è già stata da molti paragonata ad una guerra per l’ampiezza delle devastazioni che provocherà nel tessuto economico e sociale del mondo. Inoltre, non sono ancora manifeste le conseguenze che produrrà sugli equilibri geopolitici.

Insomma il G20 cade nel mezzo della guerra scoppiata in tutti i Paesi per evitare che le follie della nuova ingegneria finanziaria portino ad una nuova Grande Depressione. Questa guerra è in pieno corso (è cominciata nell’estate del 2007 con lo scoppio della crisi dei mutui ipotecari subprime) e ora a un anno e mezzo di distanza nessuno sa ancora quali armi usare e soprattutto quale strategia seguire per vincerla. In questo marasma generale si cerca di guadagnar tempo, procedendo con la politica dei cerotti per turare le falle che continuano ad aprirsi a destra e a manca.

L’attenzione di governi e banche centrali non è quindi focalizzata sul mondo che uscirà da questa crisi (che sarà completamente diverso da quello che ci stiamo lasciando alle spalle), ma sull’urgenza di trovare soluzioni rapide ai problemi più pressanti sul tappeto.

In questo campo sono da mettere in risalto importanti progressi. Questi riguardano il nodo della crisi bancaria, la cui soluzione è una premessa indispensabile, per concentrarsi in seguito sul rilancio dell’economia. Il centro del dibattito è negli Stati Uniti, dove si sta formando un ampio consenso su due questioni cruciali. La prima è che la politica dei salvataggi degli istituti bancari attuata finora non produce alcun risultato, poiché non serve a frenare la vera e propria caduta dell’economia e non migliora lo stato di salute delle banche.


La seconda questione è la consapevolezza ormai diffusa che nelle pieghe dei bilanci delle banche vi è un vero e proprio buco nero che rischia di risucchiare tutte le risorse disponibili anche di un Paese grande e potente come gli Stati Uniti. Questo fondato timore ha già indotto sia l’amministrazione Obama sia alcuni importanti esponenti repubblicani ad escludere l’ipotesi di nazionalizzare le banche in crisi. E ciò sta frenando anche il decollo del piano salvabanche presentato dal ministro del Tesoro Tim Geithner. Non si tratta tuttavia di una situazione di stallo.

In campo sono scesi alcuni leader repubblicani, come James Baker, il segretario al Tesoro di Ronald Reagan e il segretario di Stato di Bush padre, che ha invitato l’amministrazione Obama a concludere l’esame delle condizioni di salute dei maggiori istituti americani (il famoso «stress test») con la loro suddivisione in tre categorie: le banche sane, le banche che hanno bisogno di aiuto (che dovrebbero essere sostenute dal governo) e quelle senza speranza, che dovrebbero essere chiuse.


James Baker, nell’articolo apparso sul Financial Times dello scorso 2 marzo, specifica addirittura che l’amministrazione americana dovrebbe avvertire i governi europei e asiatici ed esortarli a seguire la stessa strada. L’annuncio della chiusura di alcune grandi banche americane e di alcuni istituti europei ed asiatici dovrebbe avvenire, secondo James Baker, nello stesso giorno per ridurre la violenza dello tsunami che si abbatterebbe sui mercati finanziari di tutto il mondo e che sicuramente lascerebbe poche speranze di sopravvivenza a molte banche europee e anche alle grandi banche svizzere.

La proposta di Baker è stata rilanciata negli scorsi giorni dal candidato alla Casa Bianca John McCain e dal senatore Richard Shelby, che è il capogruppo repubblicano nella Commissione bancaria. Questi interventi confermano che negli Stati Uniti stanno maturando soluzioni drastiche per risolvere la crisi delle banche e che queste proposte sono anche al centro delle discussioni della nuova amministrazione democratica.

Barack Obama giustamente tentenna di fronte a queste proposte, che presentano un rischio molto concreto di innescare una catena di fallimenti non solo bancari, ma anche di aziende. Non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Una mossa di questo genere non studiata a fondo potrebbe far sprofondare in pochi giorni il mondo in depressione.

Le banche sono interconnesse tra loro e il fallimento di istituti come Citigroup e Bank of America rischierebbe di provocare un effetto domino con conseguenze difficilmente immaginabili. Per intenderci, l’effetto sarebbe un multiplo di quello del fallimento della Lehman Brothers. Vi sono altre proposte che vanno nella stessa direzione avanzate da esponenti democratici.

Sebbene non siano univoche, si possono riassumere in questo modo. Bisogna innanzitutto individuare delle «good bank», che dovrebbero avere libero accesso ai canali di finanziamento statali e che sarebbero chiamate a rilevare e a garantire l’attività creditizia degli istituti che falliranno, in modo da attutire l’impatto sull’economia reale. Queste banche avrebbero una funzione pubblica: fornire credito e servizi ai cittadini e alle imprese.

Contemporaneamente bisognerebbe azzerare tutti i derivati e gli altri strumenti della nuova ingegneria finanziaria, il cui valore sarebbe in ogni caso azzerato dai fallimenti bancari. In quest’ottica si creerebbe all’istante un nuovo sistema finanziario, il cui scopo sarebbe il sostegno dell’economia reale.

Di fronte alla portata di queste scelte i tentennamenti di Barack Obama devono essere considerati una dimostrazione di saggezza. È anche prevedibile che il nuovo presidente americano cerchi di rinviare ogni scelta di questo genere il più a lungo possibile, aspettando che il sistema bancario continui ad implodere per creare un consenso anche nell’opinione pubblica americana sull’ineluttabilità di scelte drastiche. E’ evidente che di fronte a questi possibili scenari il vertice del G20 di Londra può produrre solo pochi risultati. Il disegno del nuovo sistema finanziario e monetario internazionale potrà essere fatto solo quando saranno sciolti questi nodi.

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