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GUERRA, LE BORSE SE NE INFISCHIANO (PER ORA)

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Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Cadono le bombe in Medio Oriente,
ma i mercati non si mostrano particolarmente
preoccupati: semmai nel
corso della settimana appena trascorsa
si sono entusiasmati per le dichiarazioni
del presidente della Federal reserve,
Ben Bernanke, che hanno ventilato
uno stop alla politica di stretta
monetaria.

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Marco Vailati, direttore investimenti
di Cassa lombarda, così commenta:
«In poche ore la situazione è passata dal
pessimismo, causato dalla tensioni geopolitiche,
a un’ondata eccessiva di ottimismo.
Queste crisi, non solo la questione
israelo-palestinese ma anche
quella dell’arricchimento dell’uranio in
Iran, dei missili lanciati dalla Corea del
nord o degli attentati in India, distolgono
i mercati dal fisiologico sviluppo del
ciclo e aumentano preoccupazioni, volatilità,
incertezza. Tutti elementi che
remano contro l’apprezzamento dei
corsi». Ma poi prosegue aggiungendo:
«Gli operatori, forse un po’ cinicamente,
si sono quasi abituati a questo
genere di eventi che non hanno
più sui mercati l’impatto devastante
che avrebbero avuto qualche
anno fa».

Un altro elemento è che né
Israele né il Libano sono paesi produttori
di petrolio: fatta questa considerazione
i mercati tendono a disinteressarsi
del problema (vedere articolo sul petrolio),
e a concentrarsi su altri fattori
quali ad esempio gli earning (vedere il
blog «Una valutazione su Wall-street»
su www.ilvalore.info). Anche per Martin
Hrdina, gestore di Union investment:
«l’impatto per il momento è
stato abbastanza limitato. I mercati
mondiali stanno guardando maggiormente
ai tassi di interesse e alla liquidità.

Finché il conflitto rimane regionale
e non si allarga ad altri paesi come
Siria, Giordania o Iran, l’impatto rimarrà
relativamente innocuo». Secondo
il gestore in questo contesto «i mercati
rimangono spinti principalmente
dalla politica monetaria in Usa, Giappone
ed Europa».Secondo alcuni, in
realtà la crisi mediorientale ha fatto
semplicemente da catalizzatore a timori
preesistenti. È questa la tesi di Stefano
Pizzamiglio, gestore azionario
Europa di Dws investments Italy
sgr: «La crisi in Medio oriente, che al
momento tocca paesi non produttori,
ha rappresentato una scossa a mercati
già pervasi dai timori sulla crescita negli
Stati Uniti e sulle spinte inflazionistiche
a livello mondiale. È stata come una
spallata a un mercato già traballante».

QUANDO PARLA MISTER FED

Il mercato ha anche accolto con particolare
ottimismo, da molti ritenuto
eccessivo, le dichiarazioni del governatore
della Fed che ha parlato di moderazione
del tasso di crescita dell’economia,
facendo quindi presagire una frenata
sul fronte dei tassi Usa. Ad esempio,
secondo Vailati, «il mercato ha
sovrareagito a queste dichiarazioni. In
realtà Bernanke non ha detto nulla di
particolarmente nuovo e, parlando anche
dei fattori inflazionistici, si è lasciato
aperta la strada per altri aumenti dei
tassi. I mercati sembrano avere ascoltato
solo la prima parte del discorso e c’è
stata una corsa eccessiva alla ricopertura
(si pensi agli hedge che erano addirittura
short)».

Tesi simile quella di Pizzamiglio: «Se la
politica di Bernanke risulterà effettivamente
uno stop alla stretta monetaria,
anche in Europa si potranno avere
benefici, anche se qui c’è da aspettarsi
ancora qualche aumento dei tassi. Tuttavia
leggendo attentamente le dichiarazioni
del governatore è chiaro che si
sia voluto lasciare aperte tutte le possibilità:
non è affatto detto che non procederà
ad altri rialzi». Per Hrdina,
Bernanke ha evitato di specificare
chiaramente la politica che seguirà:
«Rimane dunque possibile
un aumento dei tassi ad agosto». In
questo contesto quindi sono vari e
diversi i fattori di rischio, come sottolinea
Vailati: «Non bisogna sottovalutare
i pericoli insiti nella situazione che
rimane di allerta e preoccupazione:
l’incertezza produce negatività».

Secondo Hrdina perdurerà una situazione
di breve periodo e «nell’immediato
futuro l’azionario rimarrà volatile, sebbene una pausa della Fed
molto probabilmente spingerà ancora
in su i mercati».
Sulla carta il settore petrolifero è avvantaggiato
dalla situazione, ma molti
settori ne subiscono invece le conseguenze.
Per Pizzamiglio in Europa «ne
risentono particolarmente i titoli automobilistici
e le aziende chimiche. I
primi, sia i produttori di auto che quelli
di pneumatici, subiscono enormi aumenti
nelle materie prime, al pari del
comparto chimico che risente notevolmente
dei costi energetici».

Sempre in Europa i tassi attesi, qui
sì in crescita, favoriscono invece il
settore bancario e quello assicurativo
a differenza di quanto avviene
nel resto del mondo dove, spiega Vailati,
questi titoli «sono sfavoriti, soprattutto
per i rischi connessi ai risarcimento
danni sia per eventi naturali catastrofici
(in estate gli uragani nei Caraibi
sono più frequenti) sia per attentati».
Quanto a consigli operativi, Hrdina
ammette: «In termini di settori e stile
di investimento il risultato non è così
chiaro. In un contesto di perdurante
incertezza della politica monetaria a
breve termine e di una più moderata
crescita, i titoli difensivi, growth e ad
alta capitalizzazione, come ad esempio
società con un flusso più stabile di utili,
dovrebbero sovraperformare rispetto a
ciclici, settore value e bassa capitalizzazione
». Riguardo al portafoglio Union
investment consiglia di «sovrappesare
i titoli dei settore salute, energia
e assicurazione, e di sottopesare
gli industriali e i produttori di
beni di largo consumo».

RISIKO BANCARIO

Che gli aspetti legati a questo ennesimo
conflitto mediorientale siano poco
considerati anche nel mercato nostrano
è dimostrato dal fatto che gli operatori
tendono anche qui a individuare
le banche come settore di interesse
che, dice Vailati, «sono favorite sia per
i tassi sia per le note vicende del risiko
bancario e le spinte all’aggregazione».
Sulla specifica situazione italiana interviene
anche Raimondo Marcialis, responsabile team investimenti di Mc
gestioni: «La borsa italiana è spesso
giocata su pochi temi (una borsa monotematica)
e viene vivacizzata, anche
in questo periodo da problematiche
politiche, da un po’ di energia e banche
in tutte le salse».

Quanto ai problemi politici riguardanti
il mercato italiano, proprio la settimana
scorsa il ministro dell’economia
Tommaso Padoa-Schioppa ha specificato
che lo stato non ridurrà ulteriormente
la propria quota di
partecipazione in aziende strategiche
come Eni ed Enel, nel contempo
però ha anche ventilato l’ipotesi
di aprire ai capitali privati poste e
ferrovie.
Marcialis comunque non vede «particolari
motivi perché la borsa italiana
debba sovra performare le altre borse europee» e anzi aggiunge che «le tensioni
politiche e la scarsa diversificazione
tipica del listino milanese non
sono di certo elementi attrattivi per i
grandi investitori che tendono a riposizionarsi
».

Le numerose forze operanti nel contesto
danno come risultato mercati
altalenanti ovunque.Nel periodo estivo
poi i volumi si riducono e questo
contribuisce ad accrescere la volatilità.
Le visioni esageratamente rialziste
sembrano sparite fra gli operatori ma
i pessimisti, che oggi si aspetterebbero
un allargamento del conflitto israelo-
palestinese, e i moderatamente
ottimisti si contendono la scena.

Fra
questi ultimi si posiziona anche Vailati,
secondo il quale non siamo in una
situazione «da panic selling ma neppure
in quella di un’euforica corsa
all’acquisto. Il mio atteggiamento è
prudente, non particolarmente esposto,
ma neppure assente dall’azionario.
Rimangono margini di crescita.
Dove le aspettative sono troppo pompate
c’è spazio per ridimensionamenti,
al contrario dove le stime non sono
esagerate ci possono essere ancora
società in grado di stupire in positivo
con riflessi sul listino».

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