GUERRA: IL MONDO NON E’ UNA ROULETTE

28 Febbraio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Il nervosismo degli investitori di tutto il mondo non è certo causato dal fatto di non sapere con certezza se l’America invaderà l’Iraq in tempi brevi e rovescerà Saddam Hussein. Quasi tutti sono convinti che invaderemo l’Iraq – con o senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – e che Saddam verrà deposto. È l’incertezza sulle conseguenze della guerra che fa vacillare i mercato in America e all’estero.

George Bush scommette che liberandosi di Saddam Hussein migliorerà la sicurezza dell’America, caleranno i prezzi petroliferi, si stabilizzerà il Medio Oriente e diminuiranno le probabilità che Al Qaeda organizzi un altro attentato terroristico. Proviamo ad ipotizzare che abbia ragione. Supponiamo che Saddam non appicchi il fuoco ai suoi pozzi di petrolio, che non sferri una contro-offensiva contro Israele e che il suo esercito si arrenda alla svelta.

Supponiamo anche che l’occupazione dell’Iraq fili liscia e che le popolazioni sunnite, sciite e curde non entrino in conflitto tra loro. Nel giro di qualche anno l’Iraq si troverebbe sulla buona strada per diventare una democrazia.

Supponiamo altresì che la schiacciante prova di forza dell’America convinca altri paesi canaglia che non possono continuare a fabbricare armi di distruzione di massa o ad avere rapporti con i terroristi se non vogliono fare la fine di Saddam. Di conseguenza Siria, Iran e persino Corea del Nord diventerebbero paesi amanti della pace. I dissidenti e i terroristi della Cecenia, delle Filippine, dell’Indonesia, dello Yemen, dell’Arabia Saudita, di Israele e di altri paesi verrebbero spaventati e non radicalizzati dall’invasione americana. Paesi instabili in possesso di armi nucleari, come ad esempio il Pakistan, diventerebbero più stabili e non meno stabili. Al Qaeda ne uscirebbe demoralizzata e le sue cellule terroristiche chiuderebbero i battenti in ogni parte del mondo.

In altre parole, supponiamo che la scommessa di Bush si riveli vincente. Il punto è che la posta in gioco non sarebbe inferiore e che non ci vorrebbe meno tempo per stabilire se valeva la pena fare questa scommessa. Al momento è una scommessa azzardata, la posta in gioco è enorme. Qualora il presidente avesse torto pagheremmo un prezzo immenso e non sapremmo per anni se la scelta è stata saggia.

Bush potrebbe anche finire per aver ragione nel ritenere che per stimolare la crescita economica era necessario ridurre le tasse ai ricchi e gonfiare il disavanzo di bilancio. Ma anche in questo caso si tratta di una scommessa enorme con una altissima posta in gioco. Ci vorrà del tempo per sapere se aveva ragione e qualora avesse torto ci troveremmo nei guai.

Quando si fanno scommesse dell’ordine di grandezza di quelle che sta facendo l’attuale presidente, è inevitabile che i rischi influiscano sui mercati. Al momento i mercati internazionali sono prostrati e questa situazione potrebbe protrarsi per qualche tempo – non perché gli investitori pensano che Bush abbia avuto torto, ma perché sanno che è uno scommettitore di livello, pronto a giocarsi anche il ranch.

Già ministro del Lavoro Usa con l’amministrazione di Bill Clinton dal 1993 al 1997, Robert Reich è professore di politica economica e sociale alla Brandeis University

© IPS; traduzione di Carlo Antonio Biscotto

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