GUERRA
ED ECONOMIA

1 Aprile 2003, di Redazione Wall Street Italia

(26/03/03) Fiumi di parole in relazione a un tema delicato come la guerra vengono versati quotidianamente da persone sicuramente più competenti di noi. Aggiungere qualcosa in merito rischierebbe di essere del tutto superfluo, se non persino inappropriato. Cercare di restringere gli argomenti il più possibile intorno ai mercati e all’economia ci sembra quindi la soluzione migliore e naturale, per quanto comunque non facile.

E’ naturale che i mercati e l’economia siano condizionati da ciò che sta accadendo in Iraq. Tuttavia, le percezioni maturate dagli investitori, secondo cui la rapida risoluzione della guerra aiuterà l’economia, sono state, a nostro avviso, erroneamente indotte. Altrettanto era avvenuto in precedenza con le percezioni secondo cui la causa reale delle più recenti evoluzioni dell’economia e dei mercati fosse riconducibile alle incertezze legate alla guerra.

Purtroppo ciò a cui stiamo assistendo è l’evoluzione di uno stato di crescente confusione economica. Se la massa di investitori ha fatto dei clamorosi errori negli anni novanta, in un periodo di relativa tranquillità e di apparente limpidità mentale, siamo dell’idea che nel periodo attuale, dominato ancora da false illusioni ma anche da tanta emotività e da un alto stato confusionale, gli investitori stiano rischiando di compiere degli errori altrettanto clamorosi e ancora più dannosi per la salute dei propri portafogli.

Del resto anche gli errori compiuti nel passato dalle autorità monetarie non sono stati corretti, né gli effetti di quegli errori sono stati ancora riassorbiti. La Fed, dopo avere indotto un boom artificiale e dopo averne contenuto i danni conseguenti tramite la manipolazione forzata dei tassi di interesse (che ha generato di rimbalzo il boom obbligazionario e immobiliare), è sul punto di utilizzare l’ultima leva a propria disposizione per cercare di evitare la reale recessione (comunque necessaria e salutare per il ciclo economico): intervenire direttamente sui mercati per aggiustare a suo gradimento i prezzi degli asset finanziari.

Vince Reinhart, segretario del FOMC (Federal Open Market Committee) e direttore della divisione della Fed per gli affari monetari ha affermato:

“If asset prices don’t adjust sufficiently to stimulate spending, then open-market purchases of long-term Treasurys in sizable quantities can move premiums lower.”

“Qualora i prezzi degli asset non si aggiustino sufficientemente per stimolare la spesa, gli acquisti massicci di titoli di stato a lunga scadenza realizzati sul mercato ridurranno i premi (per il rischio)”.

L’ennesima prova che la Fed stia oramai cercando di muovere i mercati secondo la propria desiderabilità: manovre sui titoli di stato a lungo termine e, siamo convinti, soprattutto sul mercato azionario per cercare di stimolare la spesa del settore privato. Per non parlare anche del mercato dei cambi e del prezzo dell’oro (avremo sicuramente occasione di farlo in futuro). Come osserva anche Bill Fleckenstein di Realmoney: il mercato azionario è sempre stato il riflesso (anche anticipatore) di ciò che accadeva nell’economia reale, mentre oggi la Fed sta cercando di utilizzare il mercato per cercare di dirigere a suo piacimento l’economia reale.

Per quanto gli esiti e le conseguenze finali di questo politica siano ancora in gran parte sconosciuti, questa volta ci limitiamo ad aggiungere questo ennesimo dettaglio al quadro del Grande Esperimento Economico, accompagnandolo solo con degli auguri ai nuovi alchimisti economici del ventunesimo secolo. Naturalmente il nostro timore (in realtà più di un semplice timore) è che essi stiano facendo un errore clamoroso e forse questa volta irreparabile.

Copyright © US Equity & Macro LAB per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved.