Gucci nella terra di Gengis Khan

4 Gennaio 2011, di Redazione Wall Street Italia

Un fenomeno paragonato da Ron Gluckman di Foreign Policy alla corsa all’oro del 1849 a San Francisco. Una crescita economica senza precedenti. Stiamo parlando della caccia alle risorse minerarie della Mongolia, che si trova nel bel mezzo di un boom di dimensioni epiche.

Nella capitale Ulan Bator, una citta’ dove fino a qualche anno fa si vedevano cavalli e commercianti, oggi il traffico di automobili e’ un problema e si parla di mercato di opzioni, rendimenti e offerte di pubblico acquisto. Merito delle risorse di rame e carbone, che hanno attirato banche e investitori nel settore minerario da tutte le parti del mondo, da Londra, Dallas e Toronto.

Era dai tempi del 13esimo secolo, quando il conquistatore Genghis Khan ha consolidato le tribu’ nomadi delle remote steppe e stabilito un impero che si estendeva dall’Europa dell’Est al Vietnam, che non si vedeva un cambiamento di tale portata.

La borsa del paese – pur rimanendo ancora la piu’ piccola al mondo – ha registrato un balzo del 125% nel 2010 e il Fondo Monetario Internazionale vede tassi di crescita del PIL a due cifre per gli anni a venire.

C’e’ anche chi e’ piu’ ottimista ancora: Renaissance Capital – una banca specializzata nei mercati in via di sviluppo e uno dei tanti istituti ad avere messo da un po’ gli occhi sullo Stato asiatico – sostiene che la produzione globale dell’economia potrebbe quadruplicare entro il 2013. Non male per un paese di cui si sente parlare solo nei libri di storia nei giochi a quiz sotto le feste.

“In Mongolia sta per esplodere un boom economico. Non ci sono piu’ dubbi su questo”, racconta John P. Finigan, l’AD irlandese di una delle principali banche del paese e navigato strategist dei mercati in via di sviluppo che giudica tale crescita paragonabile solo a quella vista negli stati petroliferi del Golfo di Persia. E il motivo principale del boom si puo’ sintetizzare in una sola parola: Cina. Tanto che Foreign Policy arriva a paragonare Ulan Bator alle citta’ cinesi in piena crescita: prezzi degli immobili alle stelle, enormi afflussi di capitali, crescente rischio di corruzione, aumento della disparita’ di ricchezza e un’enorme quantita’ di automobili bloccate nelle strade.

E’ cosi’ che la capitale e’ stata invasa dal lusso (vedi foto) e dalle grandi firme della moda internazionale. Un anno fa, una boutique di Louis Vuitton ha aperto i battenti nella zona elegante nei pressi di Skhbaatar Square, nel palazzo della Torre Centrale. Un gabinetto di vetro contiene una sella per cavalli contornata da gemme intarsiate. “E’ una rarita’, fatta appositamente per la Mongolia”, si legge in una nota del manager. Al piano di sotto, le offerte sono piu’ convenzionali. Una borsa di coccodrillo da $20.000 e orologi da polso del valore di $17.000. Somme da capogiro ad ogni modo per un paese che e’ ancora tra i piu’ poveri al mondo.

Nel 2008 il reddito annuale pro capite era di circa $3.100, il che la rendeva la 166esima nazione piu’ povera al mondo, di poco sopra la Cisgiordania, per intenderci. Tuttavia questo non ha impedito a gruppi del lusso come Gucci, Ermenegildo Zegna, Hugo Boss e Burberry di scommettere sulla crescita economica del paese. Ad attirare sono le ingenti quantita’ di “nuovo denaro”, come racconta Zoljargal, marketing manager di Shangri-La Ulaanbaatar, che sta completando la costruzione di un nuovo centro commerciale e del primo hotel di lusso del paese. Il segreto di tale sviluppo sta nei…

LA LETTURA DI QUESTO ARTICOLO E’ RISERVATA IN ESCLUSIVA AGLI ABBONATI A INSIDER.

Gli utenti abbonati possono continuare a leggere l’articolo cliccando qui