GUADAGNARE
COL TRADING
SUI MERCATI ESTERI

13 Dicembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Per i trader che operano con intermediari esteri gli adempimenti fiscali, legati a plusvalenze e dividendi, rappresentano sempre una variabile di difficile valutazione. Per i residenti italiani che operano con intermediari italiani i problemi non sono molti: dal ’98 l’imposta sostitutiva sulla plusvalenza è del 12,5% (diventerà con ogni probabilità del 20% dal luglio 2007), non viene cioè cumulata con il resto dei redditi. Ed è possibile scegliere tra regime di dichiarazione (il trader investe e compila la dichiarazione dei redditi da solo), del risparmio amministrato (investe da solo ma alle imposte ci pensa l’intermediario) e del risparmio gestito (fa tutto l’intermediario). La stragrande maggioranza dei trader sceglie il risparmio amministrato.

Diverso – e più complesso – è invece il caso di un residente italiano che utilizzi un broker estero per operare su mercati esteri: il classico esempio è il trader che utilizza Interactive Brokers o E-trade per operare sul Nasdaq. La regola generale è che le imposte si pagano nel Paese di residenza. Operando «estero su estero», i trader italiani devono poi per forza optare per il regime di dichiarazione, riportando sul modello Unico l’ammontare di plusvalenze, dividendi e cedole ottenuti.

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«Questo però deve essere fatto – puntualizza il responsabile del controllo interno di Directa sim, Andrea Busi – calcolando il risultato di tutte le operazioni effettuate con il sistema cosidetto Lifo». Quest’ultimo (acronimo di last is first out, «l’ultima operazione a entrare è la prima a uscire») è un sistema di calcolo complesso che deve essere utilizzato anche da chi sceglie il regime di dichiarazione, pur operando con broker italiani.

La complessità del Lifo (e l’inefficienza dell’erario) spingono però i trader, nella pratica, a utilizzare il più semplice sistema del costo medio, lo stesso usato degli intermediari per il calcolo in caso di regime amministrato. Chi fa poi trasferimenti verso l’estero (o ha all’estero patrimoni), superiori a 12.500 euro, deve anche compilare il quadro Rw del modello Unico.

Vi è poi un differente regime impositivo per i dividendi. In questo caso, operando sull’estero con broker italiani si versa in Italia il 12,5%, cui si aggiunge una percentuale variabile a seconda degli accordi bilaterali stipulati dall’Italia con 77 Paesi (l’elenco completo è disponibile su www.finanze.gov.it). Per gli Usa e per la Germania, ad esempio, l’imposta sarebbe rispettivamente del 30% e del 21,1%, ma gli accordi prevedono, a fronte di un’autocertificazione di residenza, la riduzione al 15 per cento. Operando, invece, con broker esteri, quest’ultima percentuale variabile resta, ma il dividendo, inserito nell’Unico confluisce nel reddito complessivo.

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