GREGGIO, GUASTAFESTE
DELLA RIPRESA

14 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

* Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana.

(WSI) – La corsa al rialzo del prezzo del petrolio è destinata a rimettere in discussione tutte le previsioni economiche. Infatti la maggior parte di queste stime si basano sull’ipotesi di un prezzo del greggio al di sotto dei 40 dollari, ma ormai da oltre tre mesi il prezzo del barile veleggia sopra questa soglia e all’orizzonte non si riescono a scrutare segnali che inducano a ritenere plausibile un’inversione di tendenza.

Ma c’è di più, la corsa del petrolio non è un’avventura solitaria, ma è accompagnata da un’impennata di simili proporzioni delle materie prime e di molti prodotti alimentari (zucchero, caffè, ecc.). Tutto ciò riporta con la memoria agli anni Settanta, quando l’impennata del prezzo del petrolio e delle materie prime, coniugata con una politica monetaria espansiva delle banche centrali portò alla stagflazione, ossia al manifestarsi contemporaneo di una crescita economica stagnante e di alti tassi di inflazione.

Non sorprende quindi che alcuni, convinti che il rialzo dei prezzi delle materie prime durerà, ritengano che questa malattia sia destinata a riapparire nei prossimi mesi e nei prossimi anni. E non si può a prima vista negare questa possibilità: il rialzo dei prezzi delle materie prime coincide effettivamente con politiche monetarie e fiscali fortemente espansive e, quindi, potrebbe produrre i medesimi risultati.

Questa previsione è destinata molto probabilmente a rivelarsi errata, poiché la grande differenza tra la realtà attuale e quella degli anni Settanta è che l’aumento del prezzo delle materie prime non è destinato ad innescare quella rincorsa tra prezzi e salari che allora fece impennare l’inflazione. Il motivo è semplice: con l’apertura dei mercati e i processi di delocalizzazione il potere contrattuale dei lavoratori americani ed europei è stato drasticamente ridotto e quindi la possibilità di recuperare nella busta paga il potere d’acquisto perso alla pompa di benzina è minimo.

Basti pensare che in Europa si parla di riduzione dei salari (ad esempio in Germania) e non di un loro aumento. Lo stesso vale per le imprese: la loro capacità di scaricare l’aumento dei prezzi delle materie prime sul consumatore finale sono pressoché nulle. Quindi questi aumenti sono destinati a ridurre la loro redditività, come dimostrano gli esempi di Nestlé, Unilever, Merloni, Electrolux, ecc.

Appare quindi improbabile che si metta in moto un meccanismo simile a quello degli anni Settanta, mentre è molto probabile che il continuo aumento del prezzo del petrolio trasformi l’attuale rallentamento della crescita economica in una brusca frenata destinata a manifestarsi più rapidamente di tutte le previsioni. Sarà quindi importante capire se la frenata della crescita determinerà una correzione dei prezzi del petrolio e delle altre materie prime.

Alcuni ritengono che anche un forte rallentamento dell’economia occidentale non farà scendere i prezzi. Secondo queste tesi, i prezzi non caleranno perché la loro attuale impennata è il risultato di anni di investimenti insufficienti nell’esplorazione di nuovi giacimenti petroliferi, nello sfruttamento delle miniere, ecc. Dunque, l’aumento della produzione sarà un processo lungo, che richiederà molti anni.

L’offerta continuerà a rimanere insufficiente rispetto ad una domanda che non è destinata a diminuire di molto a causa della «fame» di petrolio e di materie prime dell’Asia ed in particolare della Cina. Si potrebbe a questo punto ricordare che le autorità cinesi stanno tentando di frenare la loro economia e che l’aumento del prezzo delle materie prime colpisce più i paesi emergenti di quelli sviluppati a causa del loro maggiore uso percentuale di petrolio e di materie prime.

In effetti appare molto probabile che il fenomeno della stagflazione si manifesti proprio in Asia (anche se in molti paesi asiatici il prezzo del petrolio è fissato dal governo e quindi il suo aumento non si scarica sul consumatore ma sulle casse dello Stato), mentre nel mondo industrializzato l’impennata del greggio rafforzerà le tendenze deflazionistiche.

Copyright © Corriere del Ticino per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved