GREENSPAN NON VEDE NERO

20 Marzo 2003, di Redazione Wall Street Italia

La Fed ha lasciato invariato il tasso all’1,25 per cento. Il cattivo andamento della produzione industriale degli Usa in febbraio assieme all’accumulo di scorte e alla fiacchezza della domanda di beni durevoli da parte dei consumatori, avevano fatto supporre che Greenspan stesse predisponendo un altro taglio del costo del denaro. Per evitare la recessione.

Ma negli ultimi giorni, dopo che è apparso chiaro lo scenario militare, Wall Street è risalita, il petrolio è sceso, il quadro internazionale ha perso una parte delle indecisioni e dei pessimismi. Il segnale che Greenspan dà con il mantenimento dei tassi è, pur con la consueta cautela, che non vi sono più le precedenti ragioni di preoccupazione, anche se è presto per dire se e quando vi sarà una ripresa vigorosa.

A leggere bene le espressioni da lui usate si potrebbe persino presentare l’esigenza di un aumento dei tassi, per moderare un eccesso di impulsi espansionisti dovuti alla guerra e al dopoguerra. Perché lo scenario del mercato globale non autorizza previsioni negative negli scambi internazionali. E la contrapposizione in seno alle Nazioni Unite, non incide sui rapporti fra le varie aree economiche, se non mediante alcune ricomposizioni di alleanze industriali, in settori particolarmente sensibili, come l’industria della difesa.

Ma mentre Putin dichiarava il suo possibile (ma non certo) veto a Bush, fra giganti del petrolio russi e americani continuano a svilupparsi le intese. La Cina, il Giappone e tutta l’area del Pacifico non è coinvolta dal contrasto in seno all’Onu. E quanto all’area dell’Atlantico, il paese in cui la borsa ha reagito meglio alla notizia del conflitto imminente è la Germania, i cui legami economici con gli Usa non paiono danneggiati dalla posizione di Schroeder.

E’ di questi giorni l’annuncio che le televisioni del gruppo Kirch passeranno a un operatore cosmopolita di Los Angeles, mentre l’americana Procter and Gamble sta comperando per 3,2 miliardi di euro il 77 per cento della casa tedesca di prodotti per capelli, con una sfida aperta alla francese L’Oréal, leader in questo settore. Le ragioni dell’economia hanno basi diverse che il grattacielo dell’Onu.

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