GREENSPAN E IL DILEMMA DEI PREZZI

20 Aprile 2004, di Redazione Wall Street Italia

Ce la farà il vecchio Greeenspan a consegnare al suo presidente una ripresa completa di aumento durevole della occupazione, in tempo utile per le elezioni di novembre?

A giudicare dai dati sull’occupazione pubblicati di recente sembra che Bush Junior sia più bravo o più fortunato di suo padre, perché è provato che anche a Bush senior il fedele Greenspan tentò di imbandire una ripresa corredata di posti di lavoro. Ma Bush padre non fece la sua parte, non fu abbastanza fiscalmente irresponsabile da tagliare le imposte prima delle elezioni. Non credeva nella teoria economica “woodoo” di Arthur Laffer, e si rifiutò di seguirne i precetti.
Suo figlio, consapevolmente, si comporta come Reagan, con lo stesso spericolato avventurismo fiscale. Ha tagliato e taglierà ancora le imposte ed è stato velocissimo ad attribuire a tale sua audacia il merito della inversione di tendenza del mercato del lavoro.

Per sapere se “audaces fortuna juvat” dovremo aspettare almeno l’arrivo di un altro dato della stessa serie. Per ora sappiamo che l’occupazione nel settore dei servizi è ripartita alla grande, che quella nell’industria manifatturiera è ancora ferma, e che i disoccupati sembrano tornare a cercare attivamente lavoro, come è noto che fanno quando le prospettive del mercato paiono migliori.
L’audacia di Bush figlio è anche basata sulla morigeratezza fiscale di Clinton, che gli ha lasciato le casse piene e il debito pubblico a un minimo storico. Bush senior, assai meno fortunato, seguiva otto anni di irresponsabilità di Reagan, che gli lasciò casse vuote, e un debito pubblico sensazionalmente elevato. Un po’ di fortuna non guasta, e il giovane Bush sembra finora averla, anche nella sventura nazionale del dopo 11 settembre, che ha fatto di lui un presidente credibile e non solo un debole uomo politico eletto dal giudice Antonin Scalia, invece che dal popolo degli Stati Uniti.

Per il momento i mercati sembrano credere al persistere di tale fortuna. Hanno rimbalzato, dopo il dato sull’occupazione, sia le borse di tutto il mondo che i mercati dei titoli a reddito fisso. Questi ultimi, naturalmente, all’incontrario, e cioè facendo scendere i prezzi e salire i rendimenti, in attesa di un aumento dei tassi della Federal Reserve, che ora molti pronosticano per il prossimo giugno. A dire il vero, una attesa di aumento dei tassi avrebbe dovuto deprimere i mercati di borsa, ma evidentemente le notizie sulla ripresa dell’occupazione fanno presentire profitti più alti per le imprese americane, e ciò vale a superare l’effetto negativo atteso dei tassi di interesse.

A questo punto ci aspettiamo esternazioni dai capi della Fed, che servano a spingere o a moderare l’ascesa delle borse e il declino dei prezzi delle obbligazioni. Se comprendiamo qualcosa dei loro processi mentali, dobbiamo attenderci parole che servano assai più a moderare la caduta dei prezzi dei titoli a reddito fisso che a spingere i corsi delle azioni a rialzi ulteriori. L’instabilità di fondo del sistema finanziario americano (e quindi mondiale) può essere peggiorata da una decisa prospettiva di ribasso dei prezzi delle obbligazioni, più che da una debolezza dei corsi azionari, ampiamente saliti in tutto il 2003. Sono infatti le autorità dei paesi con bilance commerciali in surplus a tenere alti i prezzi dei titoli di stato americani, comprandone in quantità massicce per evitare di rivalutare le proprie monete. Da loro decisioni improvvise può venire una rottura del mercato, che è anche soggetto a spinte speculative gigantesche, una volta che si consolidi l’aspettativa di prezzi calanti.

In definitiva, dunque, a dominare la scena è la combinazione dei giochi che può essere scatenata sui mercati finanziari da una inversione delle prospettive del mercato del lavoro americano. Greenspan sa che non può stringere i freni severamente prima di novembre, anche se la ripresa si manifesta più robusta e capace di innescare un aumento dei prezzi maggiore di quello atteso (come è accaduto con l’aumento dello 0,5 per cento a marzo) e tale da richiedere un deciso freno monetario, capace di neutralizzare la spinta che proviene dal taglio delle imposte.

Non vorremo, in questi giorni, essere nei panni delle poche persone responsabili rimaste sul ponte di comando della politica economica italiana. Di fronte all’esempio che viene dall’America, le tentazioni a seguirlo anche da noi, da forti che già sono diverranno fortissime. Sarà arduo spiegare a chi ha elezioni a giugno e sondaggi negativi per la sua parte politica che l’Italia non ha asiatici che comprano i suoi titoli di stato, mentre ha invece conti pubblici che reggono solo con la finanza straordinaria, un debito pubblico vicino al 110 per cento del PIL e autorità locali che continuano ad accedere alla finanza di ventura, non sapendo come retribuire i propri dipendenti numerosi e superpagati e far fronte ad una spesa sanitaria vicina al dissesto, con contributi dello stato in continua diminuzione. In una situazione come questa, c’è veramente da augurarsi, per il bene del paese, che questi pochi uomini responsabili siano capaci di resistere.

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